Il Tirreno

Grosseto

Provincia, cinquecento dipendenti nel limbo

di Elisabetta Giorgi
Provincia, cinquecento dipendenti nel limbo

Solo il 7 luglio i lavoratori di palazzo Aldobrandeschi sapranno quale ente (Regione o Comuni) li assorbirà

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GROSSETO. Smarriti e in balia di decreti che devono ancora far chiarezza sulle funzioni da assegnare con la riorganizzazione dell’ente, circa 500 dipendenti della Provincia di Grosseto sono nel limbo.

Il loro destino è appeso alle sorti della conferenza Stato-Regioni, che si chiuderà il 7 luglio (ormai la data è certa) decidendo quali funzioni saranno sottratte alle Province e a quale ente (Regione o Comune) esse andranno. Per altri 15 giorni la carica dei 500 vive nella terra di nessuno. Un clima di incertezza che sconta ritardi da parte dello Stato.

Palazzo Aldobrandeschi vive un’asimmetria di fondo. Dal punto di vista amministrativo il calendario della transizione al nuovo assetto prevede due scadenze precise. Entro il 30 settembre s’insedia il nuovo consiglio provinciale, non più eletto dai cittadini ma dai sindaci e dai consiglieri comunali. Entro il 31 dicembre scatta l’elezione del nuovo presidente che sarà uno dei sindaci. Giovedì scorso si è tenuta l’ultima seduta del consiglio provinciale: un consiglio aperto ai sindaci e ai rappresentanti del mondo economico e sociale durante il quale Leonardo Marras, presidente provinciale, ha illustrato il rendiconto di fine mandato accanto ai suoi assessori. Non così limpida è la situazione dal punto di vista della macchina operativa: per l’esercito dei 500 dipendenti distribuiti tra uffici e assessorati è impossibile fare ogni pronostico su dove andranno. Federico Balocchi, assessore provinciale al patrimonio e al personale (nel frattempo diventato sindaco di santa Fiora) è netto. «Questa risposta non la so e non la sa nessuno», dice. Eppure i tempi stringono, mentre tutto è appeso al filo della conferenza Stato-Regioni. «Finché il Governo non avrà fatto il quadro delle competenze e delle funzioni che restano o non restano in Provincia, finché non sarà fatto questo chiarimento e deciso quale altro soggetto assumerà le funzioni, capire dove andranno i 500 dipendenti è un esercizio intellettuale».

Siamo in ritardo? «Lo Stato è sicuramente in ritardo, però intanto è previsto che le cose restino al loro posto: finché il quadro non cambia i lavoratori continuano a stare dove stanno, in attesa che qualcuno faccia i decreti per trasferire le loro competenze». Il rischio che qualcuno non venga “assorbito” è reale? «Lo Stato ha garantito che non ci saranno esuberi. E si presume che se lo ha garantito è perché voglia rispettare la promessa».

Cinzia Fiacchi (Cgil funzione pubblica), è preoccupata per «l’onda d’urto in arrivo non solo per i dipendenti provinciali a tempo indeterminato, ma anche per i lavoratori precari e tutto l’indotto che ruota attorno alla Provincia. Quelli dei centri per l’impiego, di altri settori come la polizia provinciale che si sostengono su contratti a tempo determinato, quelli della categoria agricolo-forestale che lavorano su funzioni delegate da Regione o altri che lavorano in appalto, come le ditte di pulizie». Settori, questi ultimi, che parrebbero in fermento e sarebbero stati al centro di incontri sindacali «sotto l’egida della Cgil». Insomma, per i 500 dipendenti il futuro è «di massima incertezza: sono due anni che i lavoratori respirano questa fase di indeterminatezza. E il rischio grosso e concreto - dice Fiacchi - è che i tempi previsti nella legge di riordino non vengano rispettati. Parlo di rischio perché non sappiamo se sia meglio che il processo di riordino così com’è stato pensato vada in attuazione, piuttosto che rimanga per un altro tempo in questa fase di limbo. La Regione è chiamata a dare attuazione al Dpcm che si dovrebbe chiudere al 7 luglio. L’importante è che questa partita non si giochi in due tempi, cioè dal momento che dallo Stato decidesse che le funzioni sottratte alle Province vadano a un altro soggetto, qualunque esso sia, in contemporanea avvenga davvero il trasferimento di risorse, che siano alle Regioni o ai Comuni».

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