Il Tirreno

Grosseto

«L’agente teneva la Beretta in condizioni non sicure»

di Pierluigi Sposato

Sparatoria mortale sulla Senese, chiuse le indagini per uno dei poliziotti indagati Omicidio colposo l’ipotesi formulata dalla Procura. Ma la difesa contesta

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CIVITELLA MARITTIMA. Il comportamento del poliziotto di 47 anni che sparò ad Arito Canaj (o Halo Panajot), provocandone la morte, fu un «comportamento colposo», dal momento che l’agente aveva tenuto «la pistola in condizioni non sicure», cioè con il colpo in canna e il cane abbassato pronto per lo sparo.

Lo scrive il sostituto procuratore Salvatore Ferraro che ha chiuso le indagini sulla sparatoria in cui nella notte tra il 20 e il 21 giugno 2012 perse la vita l’albanese di 25 anni, fermato a un posto di blocco sulla Senese e nella cui auto, una Golf, venne trovato un carico di droga. Omicidio colposo l’ipotesi di reato formulata a questo momento nei confronti del solo assistente di polizia e articolata in due pagine di ricostruzione-contestazione. Nell’atto non vi sono altri indagati ma è verosimile che la posizione degli altri tre agenti venga chiusa contestualmente alla scadenza dei relativi termini, dal momento che l’iscrizione nel registro degli indagati era avvenuta in tempi successivi. È anche verosimile che l’agente chieda di essere interrogato: finora non è mai stato sentito.

Cosa sostiene la Procura? Sostiene che l’agente quella notte era insieme ad altri otto colleghi e che il posto di blocco al ritorno in Maremma era stato deciso poiché nelle intercettazioni di un procedimento penale - il 5157 del 2011 - avevano fatto capire che la droga stava arrivando. La Golf era stata fatta accostare e aveva tenuto il motore acceso. Poi era ripartita a grande velocità (17 metri al secondo l’accelerazione calcolata dai Ris): in quel frangente, l’assistente era stato colpito dallo spigolo anteriore sinistro della Golf. Secondo l’accusa, il poliziotto era caduto mentre impugnava con la sinistra la paletta e con la destra la pistola. E il colpo mortale, infilatosi sotto l’ascella sinistra, non aveva lasciato scampo a Canaj.

La ricostruzione che la Procura aveva maturato nel tempo, anche mediante l’incidente probatorio, non ha mai convinto la difesa. Che ha spiegato che vi era il fondato sospetto che i due sulla Golf (con Canaj c’era anche il cugino) fossero armati. E che insiste sul fatto che l’assistente da sempre porta la Beretta 92 sb con il colpo in canna e il cane abbassato predisposto per lo sparo in doppia azione. Da sempre, come è raccomandato dagli istruttori (non ci sono direttive ministeriali in proposito) che sconsigliano di intervenire con la pistola nella fondina e con il meccanismo di sicurezza inserito. La difesa sostiene anche che o l’evento non era prevedibile o, se lo era, era lecito che gli agenti impugnassero un’arma. Chi intervenne non indossò il giubbetto antiproiettile per garantirsi maggiore abilità nei movimenti in una situazione potenzialmente pericolosa. E se non usò il potente mitra M12 fu solo per evitare situazioni di rischio maggiori.

L’agente non cadde ma ruotò su di sé (lo dicono i periti Cavalcanti e Lopez), aggiunge la difesa, ed entrò in contatto con l’auto (forse anche lo specchietto) attraverso l’avambraccio sinistro e il ginocchio sinistro: lo sparo fu una conseguenza dell’autodifesa e di un movimento involontario.

Contestati dalla difesa anche gli orari. Lo sparo è delle 22,30-23; il medico legale indica nelle 23,39 l’orario dell’arrivo in ospedale e nelle 23,55 quello della morte. In altra parte della perizia spiega invece che vi furono 55’ di massaggio cardiaco. E l’imputazione parla di «morte immediata».

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