Attenzione
Parco dell’Amiata È un coro di no
Allevatori e agricoltori sono contrari all’idea di area protetta «Con la zona tutelata le attività sarebbero ingessate»
CASTEL DEL PIANO. Il parco naturale di tutta l’Amiata? No grazie. È un coro, quello che arriva dal territorio amiatino all’idea di recente circolata che l’Amiata potrebbe diventarlo. Già molte zone, infatti, sono ingessate, e altri lacci e lacciuoli non si vogliono. Soprattutto gli agricoltori e gli allevatori si risentono: avifauna incontrollata, dissesti nei terreni protetti, acque non più regimate, frane, strade abbandonate a se stesse e impercorribili. Un disastro già ora – dicono i detrattori – figuriamoci col parco.
Giacomo Franceschelli, già duramente colpito nel suo allevamento da predazioni continue racconta: «L’idea del parco va a scapito di chi in questa terra ci lavora duramente. Io ho l’azienda dentro il parco Monte Labro, a Capanne. Se voglio pulire un campo, togliere sassi, regimare un fosso, sentite la trafila: ci vogliono le seguenti autorizzazioni: del geometra, del geologo e dell’agronomo, i quali, naturalmente, vogliono essere pagati. Oltre tutto bisogna avvertire chi di dovere 6 mesi prima. Una burocrazia che ti uccide e solo perché l’azienda si trova nell’area Sic. Alla fine, se voglio pulire un ettaro di terreno, il tutto mi costa circa mille euro».
Sul fronte delle recinzioni il discorso non cambia. «Per le recinzioni non si racconta quel che uno deve subire – spiega Franceschelli –. In contraccambio? Nulla. La strada che collega la riserva di Monte Labro a Roccalbegna e che per metà si snoda dentro il parco è intransitabile. I visitatori che vengono a visitare la riserva devono tornare indietro. Buche, sassi, frane. Non si passa. Se la riserva deve essere un serpaio dove nessuno transita, mi si spieghi a cosa serve. E tutta l’Amiata dovrebbe diventare così? Si avvicina luglio e io dovrò portare acqua alle pecore. Chi ce la porta? Qui i camion non ci passano. Ci ho distrutto l’auto. Intanto i lupi e gli ibridi continuano il loro lavoro e nessuno li ferma. Il latte e la carne costano sempre lo stesso e le tasse lievitano. Io zitto non ci sto».
Ma se Atene piange, Sparta non ride. Nella parte opposta della montagna, nelle zone della cintura di castagneti, di querce e di olivi vi sono incalcolabili danni dovuti ai daini e ai caprioli: «La problematica è molto difficile – dice Lorenzo Fazzi presidente associazione castagna Igp –. È arrivato il momento di proteggere gli uomini e il loro lavoro e non solo intervenire sulle biodiversità. Se non si fa questo, si rischia di fare un danno all’ambiente bosco: i caprioli e i daini mangiano le cacciate giovani delle potature. Castagni, querce, alberi del bosco sono irrimediabilmente feriti e ci vogliono anni per ritrovare l’equilibrio. Coi boschi, sono soldi che si perdono e sono tanti soldi. Se adesso la situazione è questa – afferma – immaginiamoci cosa diventerà con tutta l’Amiata parco nazionale. Ingessati. Con perdite inestimabili per tutti, uomo e risorse boschive». «Se vogliamo mantenere in vita l’Amiata, dobbiamo fare qualcosa – aggiunge Franceschelli –. Il presidente della Toscana Rossi l’ha capito e spero faccia il massimo».
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