Italia
Arpat e Asl choc: «Bonifiche inefficaci»
Anche il Comune chiede lumi sulle cause dell’inquinamento e più rilievi. Gli ambientalisti: «Noi lo diciamo da anni»
FOLLONICA. Li hanno definiti «allarmisti» e «cassandre». E invece, appena usciti dalla stanza, Comune di Scarlino, Asl e Arpat hanno riconosciuto che avevano ragione. E lo hanno messo nero su bianco. È successo oggi, 2014, ma non è che una replica di quanto denunciato, detto e scritto in via ufficiale 13 anni fa: la bonifica dall’arsenico nella falda acquifera della piana di Scarlino non ha funzionato: l’inquinamento c’è, più di prima.
Una denuncia ultradecennale. Quella del «noi l’avevamo detto» è una magra consolazione per il Comitato Beni Comuni, il Comitato No all’inceneritore e l’associazione Lavoro, ambiente e salute. Gli ambientalisti lottano da anni perché gli enti locali riconoscano che la causa della contaminazione da arsenico è stata l’attività industriale dell’Eni (e non la storia geologica o gli etruschi) e si attrezzino per rimuovere le fonti inquinanti, bonificare e monitorare tutto il territorio, non solo entro i confini di proprietà della Nuova Solmine, com’è stato finora.
Il nuovo studio. Una bonifica a macchia di leopardo è stata avviata (ad opera delle industrie che hanno preso il posto del vecchio “inquilino”: Scarlino energia, Nuova Solmine e Tioxide) ma gli ambientalisti ne contestano l’efficacia. Lo stesso Comune di Scarlino ha di recente commissionato uno studio alla società Ambiente per fare il punto sulla contaminazione ed elaborare il primo progetto di bonifica unitario. Il 3 febbraio 2014 Provincia, Regione, Asl, Arpat e Comune si riuniscono in conferenza dei servizi per discuterne i risultati. Roberto Barocci, del Comitato Beni comuni, è presente e li rende pubblici.
Le tavole della discordia. Lo studio riporta, tra le altre informazioni, due dati inquietanti: confrontando le vecchie tavole dello studio Biondi-Donati del 2011 con le nuove tavole 4b e 4c dello studio Ambiente (2013), la contaminazione da arsenico risulta allargata oltre il territorio storicamente inquinato, cioè verso la zona industriale di Follonica. Inoltre, nelle zone già oggetto di bonifica o addirittura certificate dalla Provincia come bonificate, la contaminazione risulta ancora in corso o aggravata. Il primo caso, in particolare, solleva un polverone. Le tavole vengono subito ridimensionate dal sindaco e dall’assessore provinciale (articolo a destra) e anche Asl e Acquedotto del Fiora danno rassicurazioni.
Dichiarazioni pubbliche e non. Ora si scopre che mentre sulla stampa cercavano di gettare acqua sul fuoco, nella riservatezza dei loro uffici tutti gli enti coinvolti riconoscevano che l’acqua del sottosuolo va indagata meglio, che si deve reperire nuovi dati, allargare il campo d’indagine e definire un modello concettuale per la bonifica, cioè capire cosa provoca la contaminazione e agire di conseguenza. Né più né meno quel che chiedeva e chiede Barocci.Alla prima conferenza dei servizi, aperta a partecipanti esterni, il 29 aprile ne segue una seconda “chiusa” per mettere agli atti le osservazioni degli enti.
Asl: indagare i pozzi potabili. Il primo parere messo agli atti è dell’Asl 9, il cui responsabile Igiene e sanità pubblica Maurizio Spagnesi chiede che siano confrontati i dati dell’Asl e quelli di Acquedotto del Fiora sui pozzi usati a scopo potabile «per meglio definire la reale diffusione della falda» e le fonti «poste nei territori limitrofi all’area del Casone, come ad esempio la zona industriale di Follonica, il campo pozzi Bicocchi e l’area a Salcinaia». Insomma, stando a questo documento il quadro preciso della diffusione della contaminazione ancora non c’è e la ricerca deve coinvolgere anche i pozzi d’acqua potabile, quelli che attingono alla falda profonda che gli enti hanno sempre ritenuto pulita perché, dicevano, «le falde non sono comunicanti». Barocci su ciò nutre dubbi da tempo.
Comune: tavole incongruenti. Segue il parere del Comune il cui responsabile delle politiche ambientali Renzo Rossi in relazione alle tavole 4a e 4b e il confronto con lo studio del 2001 rileva «incongruenze» e chiede lumi sul perché la falda continui a essere contaminata in zone come il panettone di pirite dove la bonifica è in atto o addirittura finita. Insomma, la prova che almeno in alcuni punti la bonifica non ha funzionato.
Arpat: la bonifica, un insuccesso. L’Arpat, infine, lamenta che nel progetto non c’è traccia delle cause «dell’insuccesso degli attuali sistemi di bonifica» e chiede ricerche sulla falda profonda specificando che l’informazione «debba essere disponibile il prima possibile».
Stesse richieste nel 2001. Prima possibile, appunto. «I documenti di oggi dicono cose di assoluto buonsenso» spiega Barocci. «Ma erano già state dette, e da noi richieste, 13 anni fa nella conferenza dei servizi per le bonifiche dei siti inquinati del 19 dicembre 200». Barocci mostra i verbali. I documenti di oggi e di ieri sembrano fotocopiati: stesse parole, stessi timori, stessi propositi. «Anche nel 2001 si disse che serviva un modello concettuale della bonifica, di valutare la possibilità di migrazione degli agenti inquinanti nelle falde e di indagare anche oltre il confine comunale di Scarlino».
Cancerogeno di prima classe. Anche allora la conferenza dei servizi concluse che l’arsenico andava ricercato su «perimetri concentrici di raggio crescente circostanti il sito». Non è stato fatto. «Ma qui si parla di arsenico – dice Barocci – un cancerogeno di prima classe. Si stima che nella piana ne siano disperse diverse migliaia di tonnellate, mentre le tecniche proposte oggi per la bonifica prevedono la sottrazione di poche decine di chili in 15 anni. Perciò chiediamo agli amministratori che facciano finalmente gli interessi pubblici, non quelli delle società private, come riconobbe a suo tempo anche la Procura».
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