Sicurezza
«Le Mura erano una piccola Svizzera»
Mario Vegni, ex giardiniere del Comune, racconta la Grosseto “giardino” che fu: «Con le potature si scaldavano le scuole»
GROSSETO. Erano tempi in cui il «verde pubblico» era più semplicemente «i giardini». Tempi in cui non esisteva il tagliaerba ma si usavano falce e bicipiti. E in cui non c’erano cartelli che ammonivano a non gettare i rifiuti per terra, ma non una carta, non una bottiglia deturpava la passeggiata.
La passeggiata è la più famosa e antica di Grosseto, quella sulle Mura medicee, e ad accompagnarci è un “cicerone” speciale, Mario Vegni, classe 1940, oggi pensionato e ieri giardiniere del Comune e spina dorsale del verde cittadino. Il suo ruolo dal 1992 non è stato più sostituito e l’assenza si fa sentire tra le erbacce alte dei bastioni, le cime secche degli alberi, le scalette che appena si intravedono e quella trascuratezza che disarma i grossetani, un tempo avvezzi al tripudio di colori e petali profumati che le Mura e le altre zone verdi regalavano.
«Ho iniziato a lavorare come giardiniere per il Comune nel 1957», racconta Mario, spingendo la sua bicicletta a mano mentre sale sul bastione del Cinghialino, un tempo il suo “regno”. «Anche mio padre Alipio faceva questo mestiere. Ai miei tempi solo tre eravamo giardinieri di ruolo – prosegue – gli altri erano avventizi, per lo più invalidi di guerra. In tutto potevamo arrivare a 15 persone d’estate. Ognuno di noi aveva il suo baluardo, io il Cinghialino. Si cominciava alle 6 con la riunione per dire cosa c’era da fare. Poi ognuno faceva il suo fino alle 13».
Le “cose” erano tante e diverse fra loro, certamente più di quelle che occupano i giardinieri di oggi. «L’erba, ad esempio, la falciavamo a mano. Non c’erano mica i tagliaerba. Quando ce n’era tanta ci si aiutava l’un l’altro, e poi si portava via, non come fanno oggi che la lasciano lì».
Ma l’erba alta non era che una delle faccende. «Qui c’erano tutti i fiori – spiega indicando con la mano un’area molto estesa del bastione e dei camminamenti, mentre ci dirigiamo verso il bastione Garibaldi, quello dell’Eden. «Primule, calle, pensé – dice Vegni – e la gente non il rubava, come succede oggi. Era più educata. Oggi, invece, a volte trovo delle signore anziane che si nascondono le piantine nella borsa e minaccio di denunciarle. Quelle si mettono a piangere e le riposano in terra».
Sarà per questo che i fiori sono spariti da tutti – o quasi – gli spazi pubblici. «Una volta invece ce n’erano in via IV Novembre, lungo le Mura, sui bastioni. Le piantine le facevamo noi direttamente, così come dalle Mura prendevamo il materiale per fare le corone per il 4 novembre o per i Morti». Di contro altre piantine venivano strappate regolarmente. «Erano i capperi che crescono anche oggi all’esterno delle Mura. Ricordo che mi legavano e io passeggiavo in su e in giù nel vuoto per toglierle», racconta Vegni.
Il lavoro dei giardinieri d’un tempo era però anche un lavoro di muratori. «Le panchine del Cinghialino le ho fatte io, come pure l’impiantito del bastione della Rimembranza, dove c’erano anche una cascata e la fontana dei leoni, che buttavano acqua», spiega Vegni. E c’è di più.
«Le scope e i pali andavamo a farli sempre noi giardinieri nel bosco, con l’autorizzazione e l’unico mezzo a disposizione, un motocarro Guzzi. E, al contrario, quando c’era da potare le piante, facevamo le fascine e l’inverno le davamo alle scuole perché le bruciassero per scaldarsi».
Una “macchina” perfettamente funzionante che, oltre alle Mura, teneva a puntino anche i parchi – Vegni si è occupato anche dei giardini di via Ximenes – i giardinetti, anche quelli delle frazioni («andavo a Marina in bicicletta per lavorare a Villa Gaia»), i viali e le scuole della città e di tutte le frazioni.
Quando nel 1992 Vegni va in pensione, il Comune chiude con la gestione diretta del servizio di giardinaggio. «I giardinieri che nel frattempo avevano presi fissi furono messi negli uffici, il servizio fu dato tutto in appalto – spiega con amarezza Vegni – e questo è il risultato».
Percorrendo il tratto tra la Rimembranza e il Maiano, Vegni guarda con tristezza i reperti archeologici semistrutti e divelti. Il Maiano, recentemente restaurato e riaperto al pubblico, non è più confortante: tutto è secco, l’erba sbruciacchiata dal sole, la siepe assetata. «Il lavoro è fatto bene, ma questa montagnetta e quel cemento...», dice con una smorfia.
Vegni continua a venire sulle Mura, ma non è più una passeggiata di piacere. «È una cosa vergognosa che sia trascurato così: non tagliano l’erba, non tolgono i rami secchi. E poi la gente che sporca: una volta i turisti che venivano quadicevano che era una “piccola Svizzera”. Ora, guardate qua...». La recente iniziativa del gruppo “Dritti alla meta” che ha di recente inaugurato un orto botanico gestito da volontari al Cighialino gli piace, «però deve esserci uno che dice cosa fare e cosa no: non possono essere in troppi che decidono».
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