Il Tirreno

Grosseto

Processo Concordia, parlano i naufraghi di quella notte

Processo Concordia, parlano i naufraghi di quella notte

Assente il timoniere indonesiano Jacob Rusli Bin, il secondo ufficiale Coronica si avvale della facoltà di non rispondere

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Tutta dedicata ai racconti dei naufraghi della Concordia l’udienza del processo nei confronti di Francesco Schettino. Non ci sarà il timoniere indonesiano Jacob Rusli Bin, che non capì per due volte gli ordini prima dell’impatto contro lo scoglio delle Scole. Presente invece il secondo ufficiale di guardia Silvia Coronica (nella foto Bf) a suo tempo indagata e che ha chiuso le sue prime pendenze con il patteggiamento: è al teatro Moderno per dire che si avvale della facoltà di non rispondere. Nel corso della giornata saranno sentiti sei passeggeri, che si sono costituiti parte civile nel procedimento e che hanno riportato conseguenze fisiche o psicologiche a causa del naufragio del 13 gennaio 2012. Sono Claudia Poliani, Ivana Codoni, Lilieana Dobria, Fiorino De Santo, Rosa Anna Abbinante e Luigi D’Eliso.

“Ho dovuto cambiare casa: prima abitavo fuori Roma, adesso sto vicino al mio negozio. Ho uno stress che mi rende difficoltoso guidare”. Lo ha detto Claudia Poliani, 59 anni, parrucchiera di Roma, quella notte a bordo per motivi professionali, poiché doveva lavorare per il reality che si sarebbe dovuto girare sulla Concordia. “Con il naufragio ho perso tutto, gioielli e strumenti di lavoro. Non partirò più”. Poliani ha ripercorso le fasi dell'imbarco, dell'urto, dell'abbandono nave. Ha raccontato delle cure cui deve ancora sottoporsi. Ha bevuto ogni tanto per riuscire a parlare meglio. Una volta sulla scialuppa, lato isola, la discesa si era interrotta: “qualcuno dei passeggeri ha tagliato qualcosa ed è scesa di un metro”.La donna si è costituita parte civile nei confronti di Costa Crociere come gli altri sentiti in udienza.

La parrucchiera era a bordo con un'amica, Ivana Codoni, 62 anni, anche lei romana, anche lei testimone: “Ci dicevano di tornare in cabina ma per noi la cabina era una trappola”, ha spiegato la naufraga riepilogandogli annunci che aveva sentito dopo l'urto: “Ci fu qualche secondo di buio completo, poi un urlo credo di tutti e quattromila i passeggeri, la nave si era inclinata e poi era tornata dritta”. Anche lei ha perso tutto nel naufragio: oggetti di valore, abiti costosi. E da quel 13 gennaio, “dopo dieci giorni di torpore , ho dormito tantissimo”, ha dovuto fare i conti con gli attacchi di panico e le cure.

Lilieana Dobria, romena di 45 anni e abitante a Grosseto, aveva passato l'unico giubbotto trovato al compagno, l'ex carabiniere Fiorino De Santo, 61 anni: “Non sappiamo nuotare né io né lui: gliel'ho dato perché lui stava male, mi aveva fatto paura”. Quel giubbotto glielo aveva rimediato un suo connazionale, Dan, che “lavorava dentro” (forse ai negozi): “avevamo la cabina al secondo piano - ha aggiunto De Santo – che era già  allagato. Non si poteva scendere”. I due non riuscivano a dormire, una volta tornati a Grosseto: “Il 15 andammo al pronto soccorso: io non potevo addormentarmi, rivedevo tutto quello che era successo”.

Nessuno di loro aveva voluto sottoporsi alle visite del medico della Costa: abbiamo chiesto consiglio al nostro avvocato, è stata più o meno la risposta di tutti. Nessuno di loro aveva comunque riportato lesioni fisiche.  

Quando la nave affondava si moltiplicarono i casi di panico tra i passeggeri a bordo della Costa Concordia. "C'è chi dava in escandescenze - ha ricordato uno dei naufraghi testimoni stamani al processo, Luigi D'Eliso -. Al ristorante tiravano pugni contro gli arredi, le mani sanguinavano. Uno chiedeva: 'Come faccio a salvarmi? Come faccio a salvare i miei figli?". Sempre il teste ha riferito al tribunale la risposta laconica dei camerieri: "Non lo sappiamo nemmeno noi".
La moglie del teste, anche lei sopravvissuta al naufragio, Rosanna Abbinante, di Bari ma con attivita' lavorativa a Cesenatico, ha ricordato che "la gente batteva i pugni sui tavoli. Il padre di un bambino urlava. Ci dicevano che c'era stato un guasto tecnico", ma "capivamo che non era così. Infatti volevo andare in cabina a recuperare i vestiti ma non lo feci, la nave si inclinò e rinunciai perchè pensai di fare la morte del topo". Anche questa teste ha detto: "Non ho visto un ufficiale a tranquillizzarci. 'Tutto sotto controllo', ci dicevano".
La stessa testimone ha commentato: "Ma com'è possibile che per risparmiare non si metta personale che ci potesse assistere. Venti anni fa Costa Crociere faceva crociere eccellenti, ora siete diventati commerciali, peraltro si mangia malissimo, da quando siete diventati televisivi non siete più quelli di 20 anni fa"

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