Il dolore
«Grazie a Dio, adesso siamo qui»
I 47 profughi arrivano a Marina. Sono eritrei, nigeriani, ghanesi. Tra di loro, 4 donne incinte e un bambino
MARINA DI GROSSETO. Raduan, sei anni, la sua maschera verde da sub non se la toglie mai dalla fronte. Felpa rossa, scarpe da ginnastica, ha male a una gengiva, ma non piange. Scruta intorno con occhi di pece finché il suo sguardo non incrocia il tuo. Ti guarda. Sente il dolore, ma non piange.
Raduan è uno dei 47 profughi arrivati ieri alle 16 nella palestra di Marina di Grosseto, dopo un volo da Lampedusa a Pisa e un viaggio su un pullman dell’Aeronautica. Il gruppo di migranti, che raccontano di esser sbarcati chi il 18, chi il 19 marzo, è uno dei tanti che ogni prefettura d'Italia ha accolto in ciascuna provincia, quaranta per provincia (anche se a Grosseto sono qualcuno in più) dove resteranno non è chiaro fino a quando.
Del gruppo “grossetano” fanno parte dieci pachistani, due malesi, sei ghanesi, quattordici nigeriani, sette eritrei e otto la cui nazionalità è ancora da verificare. Silenziosi, sguardo basso, quasi impauriti, venticinque uomini, undici donne e il piccolo Raduan si siedono sulle gradinate della palestra. Veli colorati in testa per qualche donna, ciabatte infradito e sandali per altre; i più fortunati hanno indosso piumini e scarpe da ginnastica caldi. Ora la Caritas porterà loro altri abiti.
«Ma più che freddo hanno fame», spiega Anis Hassan, grossetano di origini irachene, mediatore culturale e interprete dall’arabo che, con Chiara Fantozzi per l’inglese, aiuta la Protezione civile comunale ad assistere i migranti. Davanti, sulla pista, volontari di Croce rossa e Caritas con i dipendenti di Coeso società della Salute e Comune, allestiscono le quaranta e più brandine per la notte.
Raduan li fissa senza dire niente, tra babbo Anuar e mamma Jamyla. «Veniamo da Asmara, Eritrea, siamo partiti un anno fa, quando Raduan aveva 5 anni, e abbiamo passato un anno in Libia. Siamo partiti da lì 4 giorni fa», ci dicono grazie all’interprete. Il viaggio è costato loro 700 dollari a testa, una cifra enorme per questa gente. Cosa pensano di fare in Italia? «Siamo qui, sia ringraziato Dio», dice Raduan. Jamyla, nonostante la stanchezza, si abbandona a una sorriso e lascia intravedere il pancione. È di 8 mesi. Più tardi con altre tre puerpere (una di 8 mesi, le altre di 2 o 3) sarà accompagnata in ospedale per una flebo e un controllo.
Senza mangiare e senza bere per giorni, rifocillati sì a Lampedusa, ma ancora stremati, si riuniscono in gruppetti. I pakistani in prima fila, i nigeriani un po’ più in là. Qui siedono Esta, 25 anni, Lizbeth, 21 e Ritza, 19, tre sorelle nigeriane. Parlano un buon inglese. «Lo abbiamo imparato alla scuola superiore», dicono con orgoglio. Siete qui sole? «No, siamo noi tre sorelle». Con loro, Enjiras, 21 anni, e Grace, 17. Tutte e cinque vengono dallo stesso villaggio. Cosa pensano di fare ora, restare in Italia o andare in un altro Paese? «Restare», sorridono, contente di aver trovato qualcuno con cui parlare.
Così come vorrebbe restare Samir, nigeriano, sbarcato il 18 marzo. «Sono figlio unico e sono rimasto orfano da piccolo. Nel mio Paese è difficile vivere», spiega.
Dopo poco, vengono restituiti i telefoni cellulari che erano stati presi prima del trasporto aereo. La polizia segue le operazioni con guanti e mascherina. Poi iniziano le visite mediche, affidate alle dottoresse Pisani e Di Cunto. «Domani continueremo a controllare lo stato di salute e i documenti – spiega Fabrizio Boldrini, direttore del Coeso-Società della Salute. «La prassi è fare uno screening per accertarsi che non abbiano malattie come scabbia e tubercolosi. Verranno un dermatologo e un infettivologo, ma al 99 per cento sono persone che stanno beno. Se solo ci fosse stata una comunicazione un po’ meno vaga ci saremmo organizzati meglio...». Finché i migranti non sono scesi dal pullman, non era chiaro nemmeno quanti fossero e in che condizioni. «Non si sa nemmeno che religione professano, per regolarci con il mangiare», spiega Boldrini. Per questo la prima cena è stata standard: riso, pollo, verdura e acqua, a posto anche per i musulmani.
Non sanno cosa succederà loro, non sanno se e quando otterranno lo status di rifugiati, né chi potrebbe essere rimpatriato. Spieghiamo alle tre sorelle che staranno lì pochi giorni, poi saranno trasferite. Sorridono di un sorriso dolce. Essere qui, per loro, è già un traguardo.
Altro servizio a pag. 12
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