Il dolore
«Sparò per uccidere la moglie»
Tentato omicidio nell’albergo, depositate le motivazioni della condanna
SEGGIANO. «Non vi è dubbio che Di Giovanni abbia agito nel tentativo di uccidere la moglie Florinda; ciò si ricava dalle ripetute violenze inferte nel corso della notte alla moglie, compiute anche con l'uso di un coltello, scatenate a giudizio della stessa dalla tremenda gelosia che l'uomo covava nei suoi confronti; a prescindere dall'esistenza o meno di una relazione extraconiugale con il cameriere Planera (che è stata negata dai diretti interessati), non si può non evidenziare come la volontà omicida sia esplosa quando l'imputato coglieva, in piena notte, la moglie seduta nel letto accanto al cameriere, vestito quest'ultimo solo di indumenti intimi».
Scrive così il giudice Marco Bilisari che ha già depositato (in anticipo rispetto ai 30 giorni riservati) le motivazioni della condanna di Francesco Di Giovanni, 60 anni, l'albergatore palermitano del Parco dei Faggi di Seggiano: sette anni e mezzo più 400 euro, più 50mila euro alla moglie e altrettanti alla figlia (che fu ferita da un colpo di pistola sparato attraverso la porta) di provvisionale, per tutti i reati contestati (tentato omicidio, lesioni, porto abusivo della pistola clandestina e ricettazione della stessa arma), risalenti al 7 giugno 2010. Il processo si è svolto con il rito abbreviato, confermato dal giudice nonostante che il difensore avesse presentato richiesta di revoca.
Una scena di gelosia, preceduta da abbondanti bevute, con l'uomo che era corso a prendere la pistola «al fine di cancellare il disonore subito, secondo modalità che un tempo sarebbero state ricondotte nel cosidetto delitto d'onore». Un disonore che non ci sarebbe stato, la donna era corsa via dalla camera perché il marito stava dando in escandescenze.
Il giudice non ha dubbi dopo aver esaminato la direzione del colpo che aveva ferito la figlia: «è indice di volontà omicida in quanto il colpo è stato sparato ad altezza d’uomo, nella consapevolezza che nella camera da letto si era rifugiata la moglie, di cui sentiva la voce, a cui aveva ripetutamente chiesto con violenza di aprire la porta, e a una distanza particolarmente ravvicinata. Non si trattò di un colpo partito accidentalmente, in quando Di Giovanni, in preda alla rabbia, aveva già sparato numerosi colpi di pistola all’interno dell’albergo, anche in corrispondenza della camera che ospitava Planera». E se non fu omicidio fu per un caso: «soltanto la buona sorte permise al proiettile di penetrare il corpo della ragazza all’altezza dell’ombelico senza lesionare, nonostante la vicinanza, alcun organo vitale».
Di Giovanni non aveva «alcuna intenzione di uccidere la figlia», che anzi aveva cercato di placare l’ira del padre, essendosi svegliata alle urla che risuonavano nell’hotel. La ragazza aveva implorato il padre («non sparare perché ci sono io dietro la porta») che comunque aveva esploso il colpo «nella convinzione di poter colpire al di là della porta la moglie».
Di Giovanni avrebbe dovuto astenersi dall’assumere alcol e la sua malattia (diabete) non può escludere la colpevolezza. Il comportamento collaborativo dopo il ferimento non prevale sul «particolare clima di terrore» in cui hanno vissuto moglie e figlia in un albergo dalle «terrificanti analogie» con quello del film Shining di Stanley Kubrick, come evidenziato dalla parte civile.(p.s.)
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