La manifestazione
Lite per il telecomando «Non fu tentato omicidio»
Un giovane somalo aveva aggredito con un coltello un connazionale Il gup ha derubricato la contestazione iniziale in lesioni e ha inflitto 10 mesi
CINIGIANO. Non tentato omicidio ma lesioni personali, pur se aggravate dall’uso di un’arma, un coltello dalla lama di 12 centimetri. Non i due anni di reclusione chiesti dal pm Giuseppe Coniglio ma i 10 mesi inflitti dal gup Valeria Montesarchio al termine del procedimento con il rito abbreviato (pena sospesa).
Ahmed Ahmed Hassan, oggi 24 anni, somalo di origine e profugo nella casa per ferie di Cinigiano, era imputato per quella che era stata definita “la lite per il telecomando”, scatenata appunto da una divergenza nata davanti al televisore della comunità. Era la notte tra il 10 e l’11 agosto 2011, erano circa le 3, ed era rimasto ferito un connazionale e coetaneo di Hassan, Makouta Keita: dieci giorni per quel colpo di coltello dall’alto verso il basso che secondo l’accusa sarebbe stato palesemente diretto verso la testa e il tronco di Keita, rimasto ferito alla scapola sinistra soltanto perché aveva alzato il braccio sinistro per ripararsi, finendo per deviare la traiettoria. Anche Hassan era stato portato all’ambulatorio della guardia medica di Cinigiano: sospetto trauma cranico ed ematoma per un pugno. I carabinieri avevano raccolto le testimonianze, recuperando il coltello proprio nella sala tv e i vestiti macchiati di sangue nel bidone all’esterno del centro di accoglienza. Poi Hassan era stato arrestato e dopo la convalida era rimasto in carcere per circa un mese.
Il suo difensore, l’avvocato Leonardo Latini, aveva sostenuto da subito l’insussistenza dell’ipotesi del tentativo di omicidio, dal momento che il colpo non aveva raggiunto parti vitali e che era stato uno solo e non particolarmente violento; all’udienza preliminare ha anche sostenuto l’eventualità della legittima difesa, perché anche Hassan era stato colpito.
Il gup ha ritenuto di non poter accogliere questa tesi ma ha condiviso la ricostruzione fatta dalla difesa e accolta all’epoca dal gip che aveva revocato la misura cautelare, ritenendola non incompatibile con quella resa dai testimoni nell’immediatezza dei fatti: e cioè ha ritenuto attendibile che Hassan avesse sferrato un colpo verso il braccio di Keita che poco prima l’aveva aggredito e picchiato. Il colpo veniva deviato mentre Keita si stava avvicinando ad Hassan e, alla vista del coltello, alzava il braccio. Non vi è stata legittima difesa, secondo il giudice Montesarchio, perché tutti i testimoni hanno confermato la ricostruzione fatta nell’informativa di reato, e cioè che Hassan colpiva Keita in maniera autonoma e quando questi aveva cessato di colpire con pugni l’imputato, e quindi non nell’immediatezza dell’aggressione.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
