Il Tirreno

Grosseto

«Sparò per uccidere» Sette anni all’albergatore

di Pierluigi Sposato
«Sparò per uccidere» Sette anni all’albergatore

Condannato con il rito abbreviato dopo la lite per gelosia al Parco dei Faggi Dovrà risarcire moglie e figlia con 100mila euro. La difesa preannuncia appello

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SEGGIANO. La pena è stata dura, commisurata comunque al più grave dei reati contestati: tentato omicidio per quei colpi di pistola sparati contro la camera 109 dell’hotel Parco dei faggi in cui si erano rinchiuse la moglie e la figlia, quest’ultima rimasta ferita all’addome da un proiettile (20 giorni di guarigione). Sette anni e mezzo più 400 euro, con l’interdizione in perpetuo dai pubblici uffici, il pagamento delle spese processuali e di mantenimento in carcere, nonché il pagamento di una provvisionale da 50mila euro ciascuna alla moglie e alla figlia, che fra poco meno di un anno compirà 18 anni. All’ammontare complessivo del risarcimento penserà il giudice civile

Francesco Di Giovanni, 60 anni, l’albergatore palermitano che il 7 giugno 2010 venne arrestato dopo la sparatoria nell’albergo alla Marsiliana di Seggiano (e tornato libero con obblighi dopo qualche mese), ha beneficiato soltanto dello “sconto” di un terzo sulla pena previsto dalla scelta del rito abbreviato - confermato dal giudice Marco Bilisari - e del mancato riconoscimento della recidiva contestata dal pm Maria Navarro, che aveva sollecitato 8 anni. «Presenteremo appello non appena saranno depositate le motivazioni - dice l’avvocato Tania Amarugi che assiste Di Giovanni - Il giudice si è riservato trenta giorni».

Tentato omicidio di entrambe l’accusa più grave. Poi l’accusa aveva contestato lesioni e minacce alla moglie sorpresa nella camera del cameriere (30 giorni anche per fratture nasali) e nei confronti della quale era stato brandito un coltello a serramanico con cui l’aveva ferita alla mano. Ancora, la detenzione illegale della pistola semiautomatica Beretta calibro 9 short con matricola abrasa. Infine la ricettazione di tale arma, rubata a Palermo tra il 4 e il 5 maggio 1989 a un appuntato della guardia di finanza.

Il difensore aveva tra l’altro chiesto il riconoscimento della causa esimente per incapacità di intendere e di volere al momento dei fatti. Il giudice, raccolte le richieste di parte civile (avvocato Paola Pippi), è tornato in aula dopo circa un’ora e mezzo per leggere il dispositivo.

Erano le 6,20 di quel 7 giugno quando i carabinieri vennero chiamati al telefono dalla figlia, allora tredicenne. Nel frattempo madre e figlia, ma anche il cameriere, venivano portate all’ospedale di Abbadia San Salvatore dallo stesso Di Giovanni; il quale al ritorno all’hotel trovava la pattuglia. «L’ho combinata grossa», aveva detto. E così erano iniziate le indagini. Il cameriere aveva fatto ritrovare l’arma spiegando dove lui stesso l’aveva nascosta dopo la sparatoria. Intorno alle 4 del mattino Di Giovanni aveva sorpreso la moglie seduta sul letto della camera 114 del cameriere, insieme a lui (erano lì da circa un’ora). Era iniziato un litigio per gelosia, si era svegliata la figlia che dormiva alla 109 e che provava a separarli. Di Giovanni era sceso e subito risalito, sparando colpi di pistola verso la porta della 109 dove si erano rifugiate la moglia e la figlia. Un colpo di pistola all’altezza di 96 centimetri aveva trapassato la porta e colpito la figlia all’addome. Poi la corsa all’ospedale. Dopo i carabinieri di Arcidosso, erano intervenuti i Ris per gli accertamenti balistici. La coppia è separata da tempo: madre e figlia vivono a Palermo.

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