Italia
Mare Sì, pressioni sull’ex direttrice Assolti i responsabili
La donna aveva registrato di nascosto il colloquio al bar alla vigilia della testimonianza in un altro processo
FOLLONICA. C'erano tutti gli ingredienti della spy-story. Il colloquio al bar durato quattro ore, quella stessa conversazione registrata di nascosto con un apparecchio fornito da un'agenzia di investigazioni, i carabinieri appostati fuori che scattavano fotografie. Ma tutto ciò non è bastato al giudice Muscogiuri per condannare il presidente di Mare Sì, Ottavio Verdi, e il suo socio, Enrico Lomi, accusati delle presunte pressioni e-o minacce esercitate sulla allora direttrice del villaggio, Marta Menini (per la Hidalgo), pressioni finalizzate a non farle raccontare la verità di fronte al giudice.
Un processo scaturito dalla testimonianza resa da Menini nel corso di un altro procedimento, quando la donna aveva raccontato di telefonate e colloqui e della possibilità di poter tornare al villaggio una volta conclusa la vicenda, sempre che le cose fossero andate in un certo modo.
Al giudice non è bastato per una lunga serie di motivi. Innanzi tutto perché la deposizione più recente della donna, costituitasi parte civile, è ritenuta «gravemente stentorea, imprecisa e decontestualizzata». Poi perché il primissimo contatto telefonico era partito dalla donna e non si trattò comunque di iniziative unilaterali da parte della direttrice. Ancora perché della registrazione sono rimasti soltanto dei frammenti finali di poche decine di secondi su una quindicina di minuti disponibili e molto disturbati, con pochissime frasi, addirittura leggibili anche in favore degli imputati («sibilline»). Infine perché la registrazione avrebbe potuta essere svolta con garanzie processuali a cura della stessa polizia giudiziaria, mentre il contenuto intero non è noto e quelle frasi sono contenute in un cd fornito dall'interessata solo un mese dopo.
Ciò che il giudice ritiene di ricavare sicuramente dal processo sono i contatti intercorsi e la convinzione della donna che i due imputati avessero in qualche modo voluto esercitare nei suoi confronti pressioni e intimidazioni. Una semplice convinzione, appunto, che non è sorretta secondo Muscogiuri dalla deposizione della direttrice a proposito del colloquio al bar del maggio 2009 (anche se poi la testimonianza avvenne un anno dopo). Chiamata a deporre in quel processo, delle intimidazioni o delle promesse Menini non aveva fatto cenno. Difettano a parere del giudice gli elementi soggettivi e oggettivi. Ciò che la parte civile ha dichiarato vale tanto quanto le spiegazioni dei due imputati, i quali hanno detto (Lomi) che era stata la donna a chiedere insistemente di essere messa in contatto con il presidente e che (lo ha detto Verdi) era stata lei a chiedere il colloquio per la paura del processo imminente e che il presidente aveva solo cercato di tranquillizzarla invitandola come Lomi a dire tutta la verità. Nessuna traccia delle frasi a proposito di certi «rischi» e «loschi giochi», dell'invito pressante a raccontare la verità in un certo modo piuttosto che in un altro, del «discorso del nero» (su presunte irregolarità commesse dalla direttrice). Il fatto non sussiste ha sentenziato il giudice nelle motivazioni adesso depositate.
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