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arsenico nella piana

«Non siamo allarmisti Vogliamo risposte»

«Non siamo allarmisti Vogliamo risposte»

GROSSETO. Non ci stanno a passare per allarmisti e rivendicano anzi di essere stati loro, nel tempo, gli unici ad aver informato i cittadini della presenza di arsenico nelle falde. Roberto Barocci,...

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GROSSETO. Non ci stanno a passare per allarmisti e rivendicano anzi di essere stati loro, nel tempo, gli unici ad aver informato i cittadini della presenza di arsenico nelle falde. Roberto Barocci, del Forum Ambientalista, Mario Monciatti, del Comitato per il No all’inceneritore, e Antoni Pavani, dell’associazione Lavoro Ambiente e Salute, replicano all’Acquedotto del Fiora sulla questione arsenico nel pozzo Zi3 della zona industriale di Follonica, dove il Fiora attinge acqua a uso domestico.

L’esistenza di valori di arsenico oltre la norma (fino a 17 µg/l) anche a Follonica (il sito storico di contaminazione è la piana di Scarlino) è stata portata alla luce da Barocci, Monciatti e Pavani che hanno anche spiegato che dal 2008 è in funzione un dearsenificatore che restituisce acqua perfettamente potabile. Il Fiora però ha tacciato gli ambientalisti di «allarmismo ingiustificato».

«Ogni volta che abbiamo sollevato il problema delle bonifiche dell’area industriale del Casone di Scarlino, che si sono dimostrate inefficaci nonostante gli enti pubblici le avessero collaudate come ben eseguite, siamo stati accusati di allarmismo – spiegano gli ambientalisti – e sono stati sollevati altri temi, devianti rispetto a quelli da noi segnalati, come se ci fosse una regia interessata a nascondere. Non abbiamo mai scritto o detto che nelle case viene oggi erogata acqua con concentrazioni di inquinanti fuori norma».

Forum, Comitato per il no e Las ripercorrono la ultradecennale battaglia per dimostrare che l’arsenico qui non è d’origine naturale ma è il risultato dello sfruttamento industriale la pirite (che contiene arsenico). «Negli anni ’90 l’Arpat certificò che l’arsenico nella piana era naturale – spiegano – poi, quando è stato dimostrato che si era sbagliata, diversi universitari ipotizzarono che le zone minerarie con affioramenti di arseno pirite oltre Massa Marittima avessero contribuito al deposito costiero. Quando si è dimostrato che l’inquinamento proviene da attività di superficie del Casone, dissero che la colpa era degli etruschi. Ma quando dimostrammo che la pianura al tempo degli etruschi era sotto il livello del mare e che a seguito della fusione delle piriti erano state distribuite migliaia di tonnellate di arsenico, dissero a fine anni 2000 che avrebbero messo in sicurezza le fonti inquinanti». L’ultimo capitolo della storia risale al 2001 quando l’Italia recepisce i nuovi parametri dell’arsenico dettati dalla Ue: non più 50 ma 10 µg/l con deroghe se l’arsenico è d’origine naturale. «Il Fiora ha chiesto e ottenuto le deroghe per continuare a distribuire acqua con arsenico oltre i limiti di legge dal 2003 fino al 2008», spiegano gli ambientalisti. Lo fa grazie allo studio “Caratterizzazione e valutazione delle acque naturali” che sosteneva la naturalità delle acque arseniose nelle Colline Metallifere. Uno studio che per gli ambientalisti è falsato da dati confusi perché, spiegano, «nei campioni di acqua naturale include quelli prelevati a valle degli scarichi inquinati delle miniere, già inclusi nei Piani di Bonifica perché prodotti dalle lavorazioni delle società Eni. Oggi che è dimostrato che le acque di falda continuano a ricevere concentrazioni fuori norma di cancerogeni e che i pozzi per attingere l’acqua creano collegamenti per diffondere gli inquinanti, abbiamo dovuto sentire che la colpa è degli agricoltori». L’assessore provinciale all’Ambiente ha infatti ipotizzato che l’arsenico derivi dai pesticidi. Gli ambientalisti chiedono dunque agli amministratori e al Fiora: «Pompando acqua dai pozzi limitrofi alle aree inquinate si allarga il pericolo? Chi paga per le bonifiche, chi paga per gli impianti di abbattimento dell’arsenico? Chi ha inquinato, come vuole la legge, o i cittadini?».

Francesca Ferri

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