La manifestazione
Anche a Sheraro un ospedale finanziato da Mario Maiani
CALDANA. A Sheraro, cittadina nel nord-ovest della regione del Tigray, viene aperto in questi giorni un nuovo nosocomio a servizio della popolazione locale: 50.000 persone che diventano il doppio...
CALDANA. A Sheraro, cittadina nel nord-ovest della regione del Tigray, viene aperto in questi giorni un nuovo nosocomio a servizio della popolazione locale: 50.000 persone che diventano il doppio durante la stagione delle piogge, quando convergono dal resto dello Stato interi nuclei familiari per coltivare la terra concessa dal governo. Nelle vicinanze, inoltre, si trovano due campi profughi di eritrei fuggiti dal loro paese, che ora potranno contare su un ospedale per le numerose emergenze cliniche non curabili negli ambulatori dei campi. L'ospedale è stato finanziato nel 2011 da Mario Maiani (1925-2012), veterinario di Caldana, uomo che ha destinato i suoi beni personali alla costruzione di strutture sanitarie nei Paesi del terzo mondo, dove non è garantito il diritto alla salute.
Il progetto di Sheraro è l'opera maggiore finanziata da Maiani e porterà il suo nome. Maiani desiderava che nell'ospedale, una volta concluso, fossero accolte e curate soprattutto le future mamme, per ridurre la mortalità materno-infantile. Al taglio del nastro ci saranno le autorità regionali e nazionali. L'Italia sarà rappresentata dall'Ambasciata italiana in Etiopia, da una delegazione grossetana (persone di cui Maiani aveva la massima fiducia) e dall'Iismas (l'Istituto internazionale di scienze mediche antropologiche e sociali), una onlus che opera da oltre 25 anni in Etiopia. Altro aspetto interessante del progetto è che, a fronte della costruzione dell'ospedale, c'è un impegno ad assumere personale locale. Un modo per incentivare l'occupazione, l'economia del posto e scongiurare migrazioni. Si tratta, insomma, di un'opera importante in un paese come l'Etiopia, con oltre 87 milioni di abitanti e dove sono ancora molte le donne e i bambini che muoiono soprattutto per complicanze da parto, mentre il 94% delle donne partorisce senza assistenza e solo il 34% ha accesso a cure post-partum a causa delle grandi distanze e della scarsa offerta di servizi.
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