Sicurezza
«Il muletto non era idoneo a percorrere quella pista»
Operaio morì schiacciato, iniziato il processo nei confronti dei titolari della cava La Asl: «Mancava anche la cintura di sicurezza». Il racconto dei soccorritori
ROCCASTRADA. «Il Cat 80 è un mezzo idoneo al carico e allo scarico ma non può essere utilizzato sulle piste della cava: si usa per le attività di magazzino, per lo stoccaggio delle merci prodotte». Il Cat è il muletto che, ribaltatosi, causò la morte di Leonardo Fracassi, 46 anni, nella “Cava Roccastrada srl”. Era il 20 ottobre 2010. E quelle parole sono del tecnico del servizio prevenzione della Asl 9, Enrico Pucci, che aveva effettuato un sopralluogo e che ieri ha testimoniato di fronte al giudice Compagnucci. Omicidio colposo è l’accusa per il presidente del cda, Vincenzo Campiglia, e per il direttore della cava, Giuseppe Beltrami. Di quel muletto, ha aggiunto Pucci, «è consentito l’uso solo nel magazzino sottostante alla cava, pavimentato e in piano».
Pucci ha ricostruito l’attività di indagine e lo stato dei luoghi: una ricostruzione che ancora oggi desta commozione per la vedova Manuela. «Quella pista era destinata al transito dei camion o delle pale meccaniche. E il muletto era sprovvisto della cintura di sicurezza, al punto che non sarebbe andato bene nemmeno nei luoghi in cui avrebbe potuto lavorare». All’operaio, così era stato riferito alla Asl, era stato impartito l’ordine verbale da parte del sorvegliante di andare a prendere dei rottami di ferro in adiacenza alla pista. A metà di questa pista le ruote erano scivolate e il muletto non riusciva ad andare avanti. Così aveva iniziato una marcia indietro, verso destra. Il muletto si era ribaltato contro il ciglio e aveva schiacciato con la roll bar il corpo di Fracassi. Le lesioni che causarono la morte, ha spiegato il medico legale Teodoro Di Paolo che eseguì un’ispezione (l’autopsia del dottor Fabio Ricci è stata invece depositata), furono soprattutto osteo viscerali, nella parte toracico addominale.
Scattarono subito i soccorsi. Tra i primi ad accorrere ci fu Andrea Castagnoli, escavatorista che lavorava poco distante: «Vedemmo una fumata di olio caduto sulla marmitta e corremmo tutti giù. Leo era schiacciato dal muletto, che era ancora acceso e che fu spento a fatica. Leo fu spostato di poco perché l’olio bollente non gli finisse addosso. La testa era fuori, le gambe dentro, contro i comandi». Alla domanda dell’avvocato Carlo Valle, difensore con Luciano Giorgi dei due imputati, Castagnoli ha spiegato l’esatta posizione del corpo e che il magazzino si trovava a circa 500 metri di distanza dal punto dell’incidente.
«Quel mezzo non poteva essere usato in piste in pendenza o sconnesse - ha aggiunto l’escavatorista rispondendo a Giorgi - La pista era ampia, tre metri circa, sufficiente per gli autocarri. Il ciglio era alto circa 30 centimetri». Fracassi aveva seguito i corsi per l’uso del mezzo, ricevendo l’attestato di frequenza. La Asl aveva in seguito emesso delle prescrizioni, cui la ditta aveva ottemperato.
Il pm Giuseppe Coniglio ha chiesto a entrambi i testi se avevano notizie di incidenti precedenti: «Purtroppo fui il primo soccorritore - ha risposto Castagnoli riferendosi all’incidente capitato a Simone Belardi - Fu un ribaltamento anche quello e il conducente rimase paralizzato: ma era su un camion».
Il processo è stato aggiornato al 5 giugno, quando saranno sentiti altri testimoni e i due consulenti della difesa.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
