Sicurezza
«Gesti da bracconieri, ci dissociamo»
Cia, Coldiretti e Confagricoltura: siamo a un passo da un accordo con la Regione per i predatori, chi uccide i lupi sbaglia
GROSSETO. «Quelli sono bracconieri, con gli allevatori non c’entrano niente»: le tre principali associazioni di categoria (Cia, Confagricoltura e Coldiretti) si dissociano da chi uccide i lupi e poi gli espone in strada. E dopo il cruento ritrovamento di un lupo con la testa mozzata, vogliono fare chiarezza.
Capiscono la rabbia e il disagio di chi sta perdendo le proprie aziende, ma stanno portando avanti una battaglia sindacale che, nei prossimi giorni, avrà il coronamento in giunta regionale. «Siamo ad un passo dall’ottenere ciò per cui ci battiamo da anni – spiegano Enrico Rabazzi, Antonfrancesco Vivarelli Colonna e Francesco Viaggi – e cioè uno stanziamento regionale per la copertura dei danni diretti e indiretti da predazioni, per le recinzioni, per la guardianìa notturna. E certo non vogliamo che il gesto eclatante e sbagliato di qualcuno possa inficiare una mediazione di anni. Qui è in gioco un’intera economia».
Perché l’allevamento ovino in Maremma, quasi esclusivamente da latte, è un pezzo della ricchezza del territorio: sono circa 1200 aziende, ognuna delle quali ha almeno una famiglia a guidarla, decine di caseifici, con quello di Manciano che, da solo, ha 70 dipendenti, e un fatturato complessivo di circa 100 milioni di euro. Il prodotto principe, il pecorino toscano Dop, tale solo se fatto con 100% di latte locale, è apprezzato in tutto il mondo ed è colonna portante di quel turismo enogastronomico che tutti, istituzioni in testa, dicono di voler valorizzare in Maremma.
«E ora, in conseguenza di queste barbare uccisioni – spiega Francesco Viaggi – leggo che c’è chi pensa di boicottare i prodotti maremmani, sono nati anche gruppi su Facebook. Questo è inaccettabile. Gli allevatori rispettano il lupo e credono nella biodiversità, seguono i propri animali e hanno interesse a farli stare bene perché producano il latte. Fra l’altro qui da noi il pascolo è brado e non abbiamo strutture intensive. Insomma, predazioni a parte, le nostre pecore stanno bene».
Il problema delle predazioni, però, è reale. «Noi crediamo – spiega Antonfrancesco Vivarelli Colonna – nei prodotti Medwolf e Ibriwolf che portiamo avanti insieme a Provincia e associazioni animaliste. Progetti nati per creare una banca dati e tutelare il lupo, isolando gli ibridi incrociati. Siamo convinti che funzioni, affiancandolo a forme di prevenzione, quali le recinzioni e i cani da guardia. Il 17, poi, andrà in giunta regionale la nostra proposta, il 19 ci vedremo di nuovo a Firenze. Siamo ad un passo dal dare una speranza alle nostre aziende. Non va sottovalutato il riconoscimento del danno indiretto: per la prima volta si stabilisce che la pecora morta non ha solo un valore in sé, ma comporta una perdita per la mancata produzione».
La chiusura di molti allevamenti, fra l’altro, comporta problemi collaterali non di poco conto, su tutti l’abbandono del territorio. E della sua cura. «È bene chiarire – spiega ancora Enrico Rabazzi – che la predazione non è l’unico motivo della chiusura delle aziende, perché molte sono state messe in ginocchio dalla crisi. Però in molti casi è il colpo di grazia e la situazione è diventata pesante perché per troppi anni nessuno ha ascoltato i nostri allarmi. Però va tenuto conto che queste famiglie si occupavano anche di curare il territorio, facevano un po’ i giardinieri gratis. La cura dei fossi, la coltivazione, le opere di piccola idraulica, sono una difesa dai fenomeni legati al maltempo che in questi ultimi anni si sono moltiplicati, anche in modo drammatico. Sul terreno incolto l’acqua scivola, i fossi intasati sono un tappo. È bene che la gente sappia che mancando questa rete, alla fine i costi ricadranno sulla collettività, sia per pagare gli interventi di prevenzione che dovrà fare il pubblico, sia per coprire i danni».
@guifiorini
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