Italia
Inferno al porto di Scarlino Le barche distrutte dalla piena
Una quarantina di imbarcazioni ormeggiate al Puntone travolte dalla furia dell’acqua Una lunga notte di paura, poi il risveglio in uno scenario apocalittico: danni enormi
SCARLINO. Intorno a mezzanotte si vedono soltanto le luci delle torce agitarsi attorno alle barche, nel disperato tentativo di fissare le cime. Per il resto sono buio, pioggia e il rumore impetuoso del fiume che aumenta potenza e velocità. Soltanto all’alba l’acqua torba prende il color marrone della terra e dei detriti che si porta con sé da valle. Il vento cala e pian piano decine di uomini provano a dare un senso all’incubo da cui il Puntone si è appena svegliato.
Molte barche (una quarantina) sono ridotte a carcasse ammucchiate tra di loro, qualcuna è rovesciata; un paio sono proprio affondate. È venuto giù anche un pezzo di molo, insieme all’asfalto della strada. E in fondo al canale, proprio alla foce del Pecora, c’è una gru immersa fino alla cabina. «È un disastro» dice il titolare della ditta di manutenzione. E ha ragione. Il maltempo ha colpito soprattutto la zona nord, ma nessun altro posto è stato deturpato come la piccola frazione marinara di Scarlino. «Se cambia il vento siamo fregati» diceva un volontario della Protezione civile. Sono le 23 di giovedì sera e in via dei Navigatori è un via vai di auto. Sono i proprietari delle barche, spinti dalla pioggia incessante e dal timore che il Pecora possa fare dei danni. È questo il fiume che preoccupa di più in Maremma durante questa ondata di maltempo, già dal pomeriggio. I bollettini parlano chiaro: massima allerta e precipitazione in aumento. «Noi quello che potevamo fare lo abbiamo fatto» dice Paolo Rustici, assessore alla Protezione civile di Scarlino. La paura che ha preceduto l’incubo infatti si è manifestata diverse ore prima, intorno alle 13,30, quando la Regione ha diffuso le previsioni. In Comune è bastato darle uno sguardo per chiudere tutte le scuole e allertare ogni volontario. Rustici gira per i moli con un impermeabile e gli stivali gialli di gomma, cercando di coordinare tutte quelle torce. «Per ora il mare riceve, ma se alza la marea...». Si lavora sodo lungo le banchine della Fiumara, il tratto alla foce del Pecora: si cerca di fissare le cime e rinforzare gli argini. Ma già intorno a mezzanotte l’acqua è riuscita a salire sulle passerelle, circondando le pompe di benzina. La pioggia intanto continua a scendere impietosa, su tutto il territorio.
A Follonica arrivano gli allagamenti, il sottopasso di via Isole Eolie e alcune strade vengono chiuse e nella pineta di Senzuno un albero frana a terra. I campi attorno alla città si ricoprono d’acqua, sia al Casone, dove viene inondato il canile de La Botte, sia lungo la strada delle Collacchie.
I ciuchini delle Bandite di Scarlino, che lì hanno l’allevamento, si muovono a gruppi, impauriti, cercando un pezzo di terra non allagato. Qualcuno sale anche sulla mangiatoia, pur di uscire dal pantano, e ci resterà fino al giorno dopo.
La situazione è sempre più complicata, almeno fino alle 3 di notte, quando precipita completamente. Quello che tutti speravano non accadesse si manifesta nel giro di pochi secondi: la marea si alza e il mare non riceve più l’acqua del Pecora che intanto aumenta spaventosamente di velocità. Le barche legate ai moli iniziano a sbattere una contro l’altra risucchiate in un effetto domino su cui i presenti non riescono a intervenire. Una serie infinita di colpi, scanditi dal rumore del legno che si scontra e si frantuma. Alcune cime si sciolgono e delle barche già capovolte finiscono sul letto del fiume. Altre invece restano a galla solo perché ancora salde a prua, mentre la poppa sparisce nell’oscurità. La maggior parte delle persone assiste impotente alla furia, ma nell’azienda di manutenzione Porto Verde, in fondo alla Fiumara, si lavora per tirar fuori quante più imbarcazioni possibili. «Stavamo lavorando dentro quando...» racconta Gianni Ramazzotti, uno dei titolari. Quando il fosso Fico, allacciante del Pecora, esonda, cogliendo gli operai alle spalle e allagando anche il ristorante Il Veliero e il camping La Baia dei Gabbiani. Al Porto Verde si cerca di correre ai ripari, ma verso le cinque dalla banchina arrivano degli scricchioli. È la gru, quella che serve per sollevare e calare le barche, la mano di tutta l’attività, che sta cedendo. Ramazzotti corre subito in cabina, fa ruotare il braccio del mezzo per fare da contrappeso, ma è troppo tardi: il muro si sgretola e la gru finisce in acqua. Lui scende soltanto all’ultimo secondo, gettandosi nel fiume.
«È un danno enorme» dice, mentre suo padre, lì vicino, fissa il camion che prova a recuperarla. «Uno lavora lavora e... Questa volta è dura rialzarsi». È mattina adesso e il peggio sembra alle spalle, nonostante il cielo sia ancora grigio. Al Puntone si prova a recuperare quello che ancora è legato alle cime o quantomeno galleggia. «Niente, è andata giù» dice un uomo scuotendo la testa mentre parla al cellulare. La paura si respira anche spostandoci dal canale. «C’è gente che abita qua da anni e dice di non aver visto niente del genere» dice la barista da dietro il bancone del Mistral. I campi del padule scarlinese sono un lago sterminato di acqua stagnante, la strada de Le Collacchie, invasa dall’esondazione del Fico, è chiusa e i ciuchini sono sempre stretti in gruppi divisi, vicini e sopra le mangiatoie. Le previsioni sembrano riportare un raggio di sole al Puntone, visto che l’allerta scende a moderata. Le scuole restano comunque chiuse anche oggi, perché «molti studenti vengono dalla campagna e non vogliamo correre rischi» dice Rustici. A volte non basta aprire gli occhi per svegliarsi da un incubo, ma serve un po’ di tempo per riprendersi.
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