Il Tirreno

Grosseto

«Sei la sua amante, lavagli le mutande» Multata dal giudice

di Alfredo Faetti
«Sei la sua amante, lavagli le mutande» Multata dal giudice

Credeva che il marito la tradisse e ha affrontato la donna Denunciata per ingiurie, dovrà pagare 86 euro

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MASSA MARITTIMA. Lavare i panni sporchi in tabaccheria anziché in famiglia può portare a diversi problemi. Innanzitutto, c’è il rischio di prendere una denuncia. Poi, spingendosi dentro al mondo giuridico, che scandisce anche cosa è giusto e cosa no in campo di tradimenti, si può arrivare anche a pagare qualcosa come cinquemila euro. Il nostro caso è diverso, dato che la condanna si è fermata alla cifra simbolica di 86 euro più le spese processuali; ma resta pur sempre un esempio di come a volte convenga risolvere in casa certe diatribe. Lo stesso consiglio che hanno dato gli avvocati prima e il giudice poi. Ma i protagonisti hanno deciso di andare avanti lo stesso per ben sette anni in una causa abbastanza singolare.

C’è una moglie infuriata che pensa di essere tradita, una donna ferita nell’orgoglio e due mariti che fanno da contorno a una storia chiusa dentro le mura di Massa Marittima. È il 10 aprile del 2007 quando la moglie, d’origine polacca, entra nella tabaccheria della donna con un sacco in mano. «Lavagli le mutande e i calzini» urla, rovesciando tutta la biancheria sporca del marito sul bancone e sul pavimento. È fuori di sé la moglie, convinta che quella donna abbia avuto una relazione sessuale con il suo uomo. Usa una parola ben precisa, che la Treccani, come riporta la sentenza, definisce «congiunzione carnale». In questo senso, la frase potrebbe suonare così: «visto che hai una congiunzione carnale con mio marito, lavagli le mutande e i calzini». Sarà il compagno della tabaccaia, presente alla scena, a riportare la sacca della biancheria. L’offesa però non può rimanere impunita e la titolare, che nel corso delle udienze giurerà di non aver mai avuto una relazione del genere, decide di denunciare la polacca per ingiurie. Il sospetto nella moglie era nato qualche settimana prima, visto che suo marito era un cliente della tabaccheria ed era già d’accordo con la titolare per assumerla come impiegata nel suo nuovo studio da professionista. Una decisione di cui era a conoscenza anche il compagno di lei. Poi però, galeotto fu il messaggio sul cellulare. «Sono libera ci vediamo a mezzogiorno». Parole che la tabaccaia avrebbe scritto al professionista e che avrebbe letto la moglie, ma che non sono mai saltate fuori nelle udienze. La donna, infatti, assicura di non aver mai mandato un messaggio simile, mentre l’altra ha deposto di averlo letto e poi cancellato. Passano gli anni ma un accordo per evitare udienze imbarazzanti non si trova. E la storia arriva di fronte al giudice di pace di Massa Marittima. Non è un caso semplice come può sembrare, in termini giuridici. Perché la normativa tiene conto di molti aspetti: la rabbia, il matrimonio, le reazioni. Qua però mancano le prove concrete del tradimento, visto che il famoso messaggio è andato perso e non ci sono altri elementi. Tra l’altro, nelle motivazioni, la sentenza prende spunto da un pronunciamento della Cassazione, secondo cui «il rapporto extraconiugale non è una situazione immorale né socialmente riprovevole», pur riconoscendo che «l’infedeltà coniugale costituisce un fatto ingiusto per la morale della famiglia». Insomma, senza prove e con offese fatte in pubblico luogo, il giudice Adriano Simonetti decide di condannare la moglie che si è creduta tradita, difesa dall’avvocato Marco Calò. La richiesta del pm è stata di 750 euro, quella della parte civile 5.000, ma alla fine si è deciso per una cifra simbolica di 86 euro, tenendo conto che «l’origine polacca e la sua accentuata ispirazione cattolica - come recita la sentenza – potrebbe averla resa meno “open” in materia di fedeltà coniugale». Con il consiglio, per la prossima volta, di lavare i panni sporchi in famiglia.

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