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«Anche io pugnalato» Teletirreno, la verità di Giancarlo Capecchi
L’ex direttore, due anni dopo, ricorda la chiusura dell’emittente: «Non ci fu la volontà di andare sul digitale»
GROSSETO. Dopo oltre due anni dalla chiusura di Teletirreno, Giancarlo Capecchi racconta la sua verità. Ha voluto far passare un po’ di tempo prima di parlare, di raccontare come ha vissuto i mesi drammatici, il settembre e l’ottobre del 2011, in cui la televisione licenziò tutti i dipendenti e, senza andare sul digitale, alla fine spense il segnale. E con il segnale spense anche un pezzo di storia di questa città.
«È stata una delusione spaventosa – ci racconta, seduto alla sua scrivania in via Senese, dove ha aperto una redazione locale dell’emittente fiorentina Rtv38 –. Avevo creato una televisione molto importante, fra le prime in Toscana, che ha avuto anche 30 persone al lavoro. Purtroppo mi è venuto a mancare il supporto dell’editore quando è arrivata la crisi. E purtroppo i momenti di crisi fanno emergere il lato peggiore nelle persone, ognuno pensa solo a se stesso, finiscono riconoscimento e rispetto».
A Grosseto la televisione nacque con TeleGrosseto. Erano gli anni ’70, quando le prime esperienze locali iniziarono a trasmettere in Toscana. «Da quei primi pionieri – dice ancora Capecchi – nacque TeleMaremma, poi diventata TeleMaremma 55, che feci crescere anno dopo anno. Dopo il fallimento dei Lorenzini questa fu acquistata dalla famiglia D’Errico, nel 1999, giudice era Paolo Cesare Ottati. Restai con loro solo un mesetto, poi si affidarono a Igor Righetti per la direzione. E così, nel 2000, iniziai il mio rapporto con l’editore senese Piero Barbagli. Cominciammo in piazza Dante, poi in via Birmania, quando iniziarono a entrare i ragazzi che mi hanno accompagnato per dieci anni».
Come fu il rapporto con i colleghi, negli anni?
«Piero Barbagli è sempre stato più un commerciante che un vero editore. A lui piaceva comprare e rivendere le frequenze, le emittenti. Non vedeva di buon grado la regolarizzazione con il contratto giornalistico, quello delle Tv si chiama Aeranti-Corallo. Ho dovuto fare grandi lotte per avere un inquadramento corretto di chi lavorava con me, però piano piano sono riuscito a farli entrare: le prime, se non sbaglio, furono Rita Martini e Roberta Filippi. Con me sono diventati giornalisti professionisti, a uno di loro qualche mese fa ho firmato la dichiarazione per il riconoscimento del praticantato. Insomma, all’inizio pareva che il proprietario ci credesse molto nella tv. Si fecero investimenti importanti: grazie alla Banca della Maremma ci spostammo nella prestigiosa sede di via Giada. Insomma, si cresceva».
Poi che è successo?
«È successo che Barbagli iniziò a impegnarsi di meno. Fece investimenti in Sardegna, vendeva canali ed eravamo costretti a spostarci sulle frequenze. Ma, nonostante questo, la tv andava bene, avevamo ascolti importanti. Con la crisi iniziarono i problemi, calò la raccolta pubblicitaria, gli stipendi, compreso il mio sia chiaro, non arrivavano regolarmente. Dovevi telefonare e sollecitare. Ma il dramma vero fu il passaggio al digitale terrestre».
In Toscana il passaggio fu proprio nel 2011...
«Mi assicuravano che avremmo avuto il canale, ma non era così. E le spese erano enormi. Io, nei miei Tg, “bacchettavo” spesso Equitalia per le sue cartelle esattoriali. Una mattina mi chiamarono e mi dissero: “smetti, che anche voi avete un problema grosso con noi”. E lì scoprii che c’erano contributi non pagati, mi cadde tra capo e collo un problema molto serio».
Fu l’inizio della fine?
«In realtà mi continuavano a dire che saremmo andati avanti e che avremmo avuto il canale. Lo stesso Barbagli incontrò i dipendenti e disse loro che c’erano grosse difficoltà, ma nessuna intenzione di smantellare. Poi quel 15 ottobre, lo ricordo bene perché è il mio compleanno, ero a Firenze quando mi chiamarono per dirmi delle lettere di licenziamento. Fu una botta terribile. Tentai di tutto per far cambiare idea all’editore, ma la crisi fu anche gestita male, perché dovevano coinvolgere i sindacati. Anche io ho un contenzioso con Barbagli per parecchi soldi, anche se non ero con l’Aeranti-Corallo ma, essendo il direttore, a contratto diretto con l’azienda».
Ma ci fu la parentesi Tirreno Channel, da Arezzo, sul canale 88.
«Fu un’esperienza breve e fallimentare. Il problema è che Barbagli, che diceva di avere una frequenza all’Argentario per Teletirreno, non ha mai pensato di portarla davvero sul digitale. È stata una pugnalata forte per me. E un dramma per i ragazzi che negli anni mi sono cresciuti accanto».
E ora Giancarlo?
«Ora con Rtv38 faccio solo le cose che mi piacciono, inchieste, approfondimenti, promuovo la Maremma. Però le Tv locali stanno finendo, con il digitale terrestre ci sono troppi canali. È cambiato un mondo. Purtroppo».
@guifiorini
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