Il Tirreno

Grosseto

Il mister punito diventa caso nazionale

di Maurizio Caldarelli
Il mister punito diventa caso nazionale

L’allenatore del Casotto Pescatori soccorre calciatore 15enne violando le regole: squalificato, la storia arriva in Parlamento

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GROSSETO. «Rifarei mille volte quello che ho fatto. Qua non c’entra il calcio, c’è di mezzo la vita di un ragazzo». Claudio Buso, 48enne allenatore dei Giovanissimi del Casotto Pescatori Marina, salito alle cronache nazionali (la storia finisce in Parlamento) per aver rimediato una squalifica di 45 giorni per essere entrato in campo per soccorrere un giocatore svenuto dopo uno scontro di gioco, racconta quei drammatici dieci minuti vissuti sul campo di Paganico. «A dieci metri dalla mia panchina - ricorda Buso - due giocatori si sono scontrati violentemente, sia pure in maniera del tutto fortuita. Uno di loro nel cadere all’indietro ha battuto violentemente la testa, rimanendo privo di conoscenza a terra». I giovani atleti si rendono immediatamente conto della gravità dell’episodio, ma non l’arbitro, arrivato dalla sezione di Piombino, che continua a dirigere l’incontro, come se nulla fosse.

«Ho provato a urlare per farmi sentire - prosegue Claudio Buso - ma il direttore di gara non ha ha visto niente, per cuientro in campo. Sono anche io un babbo. Voi cosa avreste fatto al mio posto. Nella concitazione del momento ho detto qualcosa di forte, ma la salute di quel bimbo del Casotto andava avanti a tutto».

«Sono corso dal mio atleta - continua il mister - ho subito ascoltato il respiro e ho misurato i battiti del polso, che fortunatamente erano abbastanza buoni. Ma la botta è stata fortissima. Il 118, che lo ha soccorso immediatamente mettendogli il collare, lo ha portato in ospedale, dove è rimasto per 72 ore in osservazione per trauma cranico e toracico. Io sono stato con lui fino alle 20,30. Ora fortunatamente sta bene».

Al momento di prendere in mano la situazione, Buso non ha pensato ai regolamenti, come del resto aveva fatto il 26 ottobre scorso in occasione della gara tra Casotto e Invicta. «In quella occasione - dice Buso- a sentirsi male era stato l’arbitro. Io mi sono comportato esattamente alla stessa maniera, l’ho immediatamente soccorso dopo il malore. E devo dire che mi è stato detto graziedall’osservatore degli arbitri».

«Quella volta però - mastica amaro Buso - non mi è arrivata nessuna squalifica. In ballo stavolta c’era la vita di un ragazzo di 15 anni, poteva essere mio figlio». Buso, che nella vita di tutti i giorni lavora per il Comune di Grosseto, punta l’indice anche sulle norme di sicurezza per gli atleti: «Questa storia - sottolinea - deve essere ricordata non tanto per la mia squalifica, ma per il caso che è venuto fuori. Ultimamente si parla tanto di defibrillatore, si è fatta una legge per renderlo obbligatorio in tutti gli impianti sportivi. Quello che mi domando è ma quanti addetti alla sicurezza hanno fatto il corso per l’utilizzo del defibrillatore?».

«Occorre - conclude - anche una maggiore sensibilità da parte di tutti. La partita tra Paganico e Casotto Marina andava fermata. Negli occhi dei ventidue atleti in campo si leggeva la paura, l’ansia per quello che era successo ad un loro coetaneo».

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