Il Tirreno

Grosseto

Autogestione? No, peer education

di Simona Aronica
Autogestione? No, peer education

Una settimana di orario stravolto al Carducci-Ricasoli: teatro, giornalismo, fotografia. E gli esperti sono gli stessi ragazzi

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GROSSETO. Ricordate l’autogestione? Quando si obbligavano i docenti a non fare lezione occupando le aule, più per non studiare che per veri motivi di protesta? Al liceo classico Carducci-Ricasoli, docenti e ragazzi hanno sostituito quei giorni di caos con la settimana della peer education. «Quando sono arrivata qui tre anni fa,- racconta la preside Anna Rita Borelli- l’autogestione era una tradizione, ma a me sembrava poco produttiva. Così una settimana si stravolge l’orario scolastico per fare attività diverse, ma di alto livello: la peer education». In cosa consiste? A spiegarcelo è una delle coordinatrici del progetto, la professoressa di inglese Fernanda Gagliardi: «È una strategia educativa nata negli anni ’50 negli Usa per sviluppare le life skills, ovvero curare il benessere psicofisico e combattere i disagi. Si chiama peer perché è un dialogo che avviene tra pari, una comunicazione orizzontale. I peer educator sono gli esperti di una materia che condividono la loro esperienza con i loro pari per sviluppare un dibattito che arricchisca tutti». Comunicazione, empatia, capacità di problem solving, rafforzamento dell’autostima e cultura sono le parole chiave dell’iniziativa. «Abbiamo fatto un campus di un giorno e mezzo, finanziato dall’Asl attraverso il progetto Educazione alla salute e dai genitori, alla Fattoria la Principina,- racconta la Gagliardi- per decidere, insieme ai ragazzi e agli esperti, quali materie sarebbero state protagoniste della peer education e organizzare la settimana». C’è la classe di teatro, in cui si impara con dei giochi a muoversi sul palcoscenico tenendo conto degli altri; l’aula di musica, dove si ripercorrono le tappe principali dagli anni ’50 ad oggi; quella di attualità, in cui si dibatte animatamente di temi come legalizzazione di droghe leggere e condizione della donna; la classe di letteratura comparata, in cui si prende spunto dai libri letti per parlare di sé; quella di arte, che si prepara a realizzare un murales; l’aula di comunicazione, dove si impara a relazionarsi e a gestire lo stress; infine ci sono le sezioni dedicate al cinema e all’orientamento universitario. I peer educator sono gli stessi alunni, di solito i rappresentanti di classe, che per esperienza personale sono “esperti” di arte, musica, cinema, ecc. Il loro compito è dare il via alla discussione e moderarla coinvolgendo gli altri studenti, mentre gli insegnanti controllano che tutto vada bene e talvolta intervengono nel dibattito su richiesta degli stessi ragazzi. «Le prime due ore della mattina- spiega la professoressa di latino e greco Rossana Liberati- sono dedicate al recupero delle materie più difficili. Chi non ha bisogno può scegliere se seguire giornalismo, fotografia o pulire il cortile. Dalla terza ora, invece, ogni alunno può decidere su quale topic concentrarsi quel giorno». «La nostra- racconta la Gagliardi- è una scuola molto impegnativa, capiamo l’esigenza che hanno i ragazzi di esprimersi diversamente. Lo scopo è responsabilizzarli attraverso l’organizzazione del progetto, renderli autonomi e aumentare la loro autostima». Non c’è bisogno di leggere il questionario di gradimento, compilato dagli alunni l’anno scorso, per capire quanto siano entusiasti. Infatti, basta entrare in una classe qualunque per notare come sono coinvolti nella discussione o concentrati sul gioco. «Siamo contenti perché impariamo cose nuove e conosciamo persone delle altre classi» dice Sara della 3ª B; «Fare le peer è una sfida- confidano Jenny e Gaia, 2ª B- per noi che siamo così introverse. Questa esperienza ci aiuta ad aprirci».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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