Sicurezza
«Il chip ai gatti randagi? Follia»
L’Enpa dichiara guerra alle nuove norme sull’anagrafe nazionale degli animali d’affezione
GROSSETO. Un microchip per ogni gatto delle colonie feline. Non è uno slogan ma una nuova norma, contenuta nel freschissimo “Accordo di conferenza unificata in materia di identificazione e registrazione degli animali d’affezione”, ovvero l’anagrafe di cani e gatti, appena recepito dalla Regione Toscana. Un accordo che fa giusto in tempo a uscire dall’aula della giunta fiorentina che da Grosseto l’Enpa dichiara battaglia.
Tutto quel che costano quei microchip(da 5 a 10 euro), dice il presidente dell’Enpa provinciale e presidente della commissione Animali del Comune di Grosseto, Marlena Giacolini, ce lo si potrebbe risparmiare e usare per finanziare le sterilizzazioni dei gatti randagi, che sono tanti.
L’Accordo è frutto di un progetto del ministero della Salute per coordinare le competenze di Regioni, Province e Comuni sull’anagrafe di Micio e Fido, per arrivare a un’anagrafe nazionale unificata che oggi esiste ma è incompleta; ogni Regione fa ditta a sé. In particolare l’Accordo obbliga i proprietari dei cani a registrarli con l’applicazione del microchip; permette ai proprietari di gatti di microchipparli ma solo su base volontaria; prevede – e qui sta il nodo – che «i gatti delle colonie feline vengano identificati al momento della sterilizzazione e registrati a nome del Comune».
L’Accordo non dice esplicitamente di microchippare i gatti randagi ma, a meno che non si pensi di prendere loro l’impronta della zampa o di fotografarli di fronte e di lato, l’unico modo per identificarli è mettere loro il microchip. E, infatti, dopo un giro di telefonate in Regione e al ministero, Giacolini ha avuto conferma che di microchip si parla.
E qui tuona l’Enpa. L’Accordo, infatti, prevede che non sia creato alcun nuovo fondo per finanziare le microchippature. Le attività previste, si legge in fondo al documento, «devono essere realizzate con le risorse umane strumentali e finanziarie già previste dalla normativa vigente». Cioè: bisogna arrangiarsi coi soldi che ci sono. Che sono pochi, a fronte delle sterilizzazioni necessarie per contenere l’irruenta attività riproduttiva dei mici.
Solo nel 2013 in provincia di Grosseto l’Asl ha eseguito un migliaio di sterilizzazioni di gatti randagi, tutti appartenenti a colonie feline riconosciute dai Comuni. La legge prevede, infatti, che l’Asl sterilizzi con soldi pubblici solo i gatti delle colonie, non tutti i randagi.
Ora, dato che una sterilizzazione costa in media sui 100 euro (50-80 per i maschi, 100-120 per le femminucce), il conto è presto fatto: solo l’anno scorso le sterilizzazioni sono costate intorno ai 100mila euro. Applicare il microchip potrebbe arrivare a costare una decina di euro in più a gatto. Che le Asl non hanno. E che, dice Giacolini, non servirebbe a niente. «Tutti tuonano che non ci sono fondi, che l’organico delle Asl è precario, che mancano veterinari e operatori per le sterilizzazioni dei gatti randagi e dei cani ospiti dei canili, tant’è che il servizio veterinario Asl di Grosseto è stato costretto a dimezzare le sedute settimanali, a impegnare veterinari di altre zone della provincia e a ricorrere a operatori ambulatoriali del Misericordia per garantire, pur con difficoltà, le sedute settimanali di sterilizzazione. Una catastrofe», spiega Giacolini in una nota inviata a Regione e Ministero.
«Ma all’improvviso – prosegue – ecco un flash di opulenta generosità: arriva una delibera con la quale la Regione approva all’unanimità un progetto ministeriale mirato a modificare l’identificazione e la registrazione degli animali d’affezione». L’idea, per l’Enpa, è «accettabile» finché si parla di animali privati. «Ma estenderla ai gatti randagi delle colonie è assurdo, pazzesco, oltreché inutile». La popolazione dei gatti randagi è così vasta che la stessa Asl non ne conosce i confini. Ma più che censire i felini, spiega l’Enpa, bisognerebbe evitare che ne nascano troppi. «Istituire un’anagrafe felina per i randagi – prosegue Giacolini – vorrebbe dire buttare quattrini alle ortiche; comporterebbe perdita di tempo e di danaro che sarebbe meglio convogliare su un maggior numero di sterilizzazioni. Dal 2009 in poi a Grosseto i gatti sterilizzati sono stati circa 4mila. Con meno tagli, più personale e più risorse economiche, sarebbero stati di più».
A che pro, dunque, tale norma? «Si vuole, “senza volerlo”, incrementare la produzione dei microchip delle case produttrici?», si chiede Giacolini. L’Accordo prevede che il ministero istituisca un registro dei produttori e distributori di microchip. Quanto alle Regioni, hanno 12 mesi per mettere in pratica le nuove regole.
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