Italia
«Chi investiva sapeva di evadere»
Gli avvocati di Robert Da Ponte, condannato a 8 anni per aver fatto sparire 250 milioni di euro, hanno presentato ricorso
CASTIGLIONE DELLA PESCAIA. «Il Moore è un triste prodotto della nostra epoca, il figlio degenere di una finanza disinvolta e priva di ogni principio o regola che ritiene che alla logica di un profitto, immediato e svincolato da ogni vicenda causale produttiva, tutto sia sacrificabile. Il Moore è anche partecipe della disastrosa situazione in cui versano i mercati finanziari nell’epoca in cui viaviamo». È il giudice Tommaso Picazio del tribunale di Firenze a descrivere con queste parole Robert Da Ponte, l’americano di Los Angeles che aveva scelto la pineta di Roccamare per vivere e portare avanti la sua attività di raccolta di investimenti che venivano poi depositati di una banca svizzera. Scomparso, la scorsa primavera, con 250 milioni di euro e condannato a otto anni di carcere e al pagamento delle spese processuali oltre che quelle di custodia.
Più di cento pagine le motivazioni messe nero su bianco dal giudice che sono state confutate dagli avvocati Vera Balsimelli e Chiara Dematté, difensori di Robert Da Ponte, che hanno presentato ricorso, chiedendo l’assoluzione per il Madoff della Maremma, il sessantacinquenne accusato di essere sparito con 250 milioni di euro, soldi che erano stati consegnati nelle mani dell’uomo e dei suoi collaboratori per essere poi investiti all’estero.
Associazione per delinquere, raccolta illegale di denaro, truffa e ricettazione. Capi d’accusa che hanno convinto il giudice ad emettere quella condanna a 8 anni, ma che sono stati smontati uno per uno dagli avvocati di Da Ponte. A partire proprio dall’associazione a delinquere, che sarebbe - stando al ragionamento seguito dal gip - applicata a una società che esiste e che è composta di diverse figure professionali. Le stesse persone che sono finite nei guai con da Ponte. Si tratta della Rothsinvest Asset Management AG, società nata nel 2009 dalla fusione con la società madre Rothsinvest Holding AG in Zug, nel cui consiglio di amministrazione figura anche Rothschild iur Nathan. E poi c’erano le altre società collegate: un’immobiliare, una compagnia i cui investimenti venivano per intero riversati in un fondo della Credit Suisse, una che si occupava di derivati e l’ultima che investiva in petrolio. Una galassia di nomi e società della quale faceva parte anche quella guidata da Da Ponte, che, motivano i legali del sessantacinquenne «la Rothsinvest, per il giudice, è considerata associazione a delinquere solo in quanto i sodali hanno svolto attività di raccolta del risparmio non autorizzata dalla legge italiana». Ma la raccolta di soldi attraverso quella società poteva essere fatta tranquillamente all’estero: facendo cadere quindi - si legge nel ricorso - il carattere di transnazionalità dei reati compiuti. Per questo reato, come per quello di truffa, gli avvocati Balsimelli e Demattè hanno chiesto l’assoluzione per Da Ponte. Truffa che sarebbe stata fatta, secondo l’accusa, nei confronti di clienti italiani che non sapevano dove andavano a finire i loro soldi. Nulla di più falso, si legge nel ricorso. «La clientela italiana - argomentano gli avvocati - nella maggior parte delle ipotesi consegnavano i propri soldi (parecchi) in contanti e gli interessi venivano versati su carte di credito anonime». Ragione questa, che ha spinto i legali di Da Ponte a chiedere l’estromissione delle parti civili.
@francegori
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