Sicurezza
«Non potevo ammutinarmi a Schettino»
Processo Concordia: Ciro Ambrosio parla degli errori del comandante e della necessità di non sollevare conflitti in plancia
GROSSETO. Dall’immenso “archivio” costituito dai faldoni del processo Concordia ogni tanto salta fuori qualcosa di nuovo. Ieri, ad esempio, la difesa del comandante Francesco Schettino ha tirato fuori i brogliacci delle intercettazioni telefoniche tra Ciro Ambrosio - co-imputato, ieri testimone - e suo padre Antonio. Per dimostrare che all’indomani del naufragio (l’intercettazione è del 15 gennaio) il primo ufficiale aveva una buona opinione del comandante, al contrario di ciò che ha sostenuto nei verbali e ieri in udienza.
Intercettazioni e manovre. Secondo chi ascoltò le conversazioni, Ciro commentò in termini positivi la manovra del comandante che portò la nave su un basso fondale «per evitare di farla affondare e fare una strage». Ma Ambrosio prima dice «non ricordo» alla domanda dell’avvocato Patrizio Lepiane e poi aggiunge, comunque stremato da una deposizione lunga 8 ore: «Ma quella manovra non è del comandante! Non c’era propulsione! Sul momento non lo sapevo, ma dopo, con la perizia...». E a questo punto si scatenano di nuovo le polemiche tra le parti, sedate per tutta la giornata con non poca fatica e molti richiami dal presidente Puliatti. Un’udienza con molti documenti sonori e visivi (una cinquantina) diffusi dall’appuntato Fabio Giovannini sotto la regìa del pm Alessandro Leopizzi.
Carta nautica inadeguata. Tanti gli argomenti toccati ieri. Ad esempio la carta nautica. Alla domanda del difensore di parte civile Alessandro Guarini, Ambrosio risponde che «la scala non è idonea». E così fa anche di fronte alle domande del difensore di Schettino, l’avvocato Donato Laino: «La carta per l'accostata al Giglio non era adeguata, c'era segnato il passaggio a 0.5 miglia dall'isola, ma era insufficiente, è generica, non è particolareggiata».
Il giallo del Napa. La difesa di Schettino esibisce stampati del Napa, il sistema di stabilità della nave. Ambrosio lì per lì li riconosce ma poi li sfoglia ed esclama: «Non sono quelli di bordo della Concordia».
No agli ammutinamenti. «Il comandante comanda», «non potevo aprire un conflitto col comandante a poca distanza dall' isola, non volevo certo ammutinarmi». Così Ambrosio a proposito del motivo per il quale non avesse avvisato il comandante della rotta della Costa Concordia che puntava dritto verso l'isola.
Perché testimonio. «Sono qua a testimoniare per rispetto dell'autorità giudiziaria e per rispetto dei morti della Costa Concordia, io ho già chiarito tutto, sono uscito dal processo avendo patteggiato 1 anno e 11 mesi», ha spiegato Ambrosio prima dell’udienza. «Sono l'unico - ha aggiunto - a cui è stata riconosciuta l'attenuante specifica di essersi prodigato per dare soccorso ai passeggeri e portare in salvo le persone».
L’autopsia. Sono arrivati, e sono stati letti in aula dai periti nominati dal Tribunale, i risultati dell’autopsia sui resti trovati a ottobre e attribuiti grazie alla comparazione del dna a Maria Grazia Trecarichi: morì per asfissia da annegamento e per conseguente arresto cardiorespiratorio. Non stati riscontrati traumi sui resti ossei recuperati nel relitto, quindi per esclusione la donna morì per annegamento.
Incongruenze. A fine udienza l’avvocato Domenico Pepe parla di «una marea di incongruenze» che ha notato nel racconto di Ambrosio e lamenta che in plancia «non ci fu collaborazione». Più direttamente suo figlio Francesco, a udienza in corso, aveva spiegato che «si cerca di scaricare tutta la responsabilità sul comandante, ma lì erano in due e la responsabilità può essere condivisa». Insomma, Ambrosio ha le sue colpe. E infatti ha patteggiato.
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