Attenzione
«Giusto dar fondo alle ancore»
Duemila ancora a bordo? La mia era soltanto una stima
GROSSETO. L’eco del faccia a faccia “mediato” non si è ancora spenta. Tra Schettino e De Falco - si percepiva ancora ieri parlando con i difensori del comandante - il conto è ancora aperto. O meglio, i legali del comandante sono convinti di aver messo alle strette l’ufficiale della guardia costiera in almeno quattro occasioni.
Le ancore. Ma lei concordò con la decisione del comandante di dar fondo all’ancora? ha chiesto l’avvocato Patrizio Lepiane: «Sì», ha risposto il responsabile della sala operativa di quella notte. E cosa significava essersi appoggiati sul fondale? «Che la nave era ferma e che le scialuppe potevano scendere meglio».
La biscaggina. Scusi capitano, lei come sapeva che c’era una biscaggina praticabile a prua? «L’avevo capito ascoltando una conversazione del pattugliatore G-104 della guardia di finanza con altri mezzi». Ma è sicuro? «Io avevo capito a destra - ha risposto alla difesa che contestava l’impraticabilità dimostrata da foto (ma il vicesindaco Pellegrini era comunque salito da quella scala, ndr) - Ma l’importante era che tornasse a bordo».
Telefonata e passeggeri. Perché De Falco aveva cambiato tono all’1.46 rispetto alle prime telefonate? Perché aggredirlo in quel modo? Perché non lo faceva parlare? «Era corretto incalzarlo, c’erano oltre quattromila persone da salvare, anzi a quel punto duemila». Duemila? Da dove lo evince? «Sapevo che duemila erano a terra, me l’aveva detto la capitaneria», ha risposto De Falco. Poi si è corretto: «È una stima. In effetti doveva salire Schettino a bordo e contare».
L’elicottero. Perché De Falco lei non ha fatto prendere Schettino da uno degli elicotteri impiegati quella notte per farlo salire a bordo? «Io non sapevo dove era Schettino». Dopo, d’accordo, ha riconosciuto Lepiane: ma prima? «A me non interessava inseguire Schettino, io dovevo pensare a salvare i passeggeri».
(p.s.)
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