Il Tirreno

Grosseto

Mario, l’eroe che salì dalla biscaggina

di Pierluigi Sposato
Mario, l’eroe che salì dalla biscaggina

Il vicesindaco del Giglio aveva salvato numerosi passeggeri e, tornato a terra, aveva coordinato l’ospitalità dei naufraghi

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GROSSETO. L’omaggio glielo rende l’avvocato di parte civile Massimiliano Gabrielli. Che si alza, senza indossare la toga, si avvicina al microfono e dice poche parole: «Vorrei porgere un ringraziamento a un grande eroe». Sul palco in quel momento c’è Mario Pellegrini, 50 anni, operatore turistico del Giglio, vicesindaco. Quella notte riuscì a salire sulla Concordia. E lo fece su quella biscaggina di prua destra attraverso la quale il capitano di fregata Gregorio De Falco voleva far passare Francesco Schettino.

«Non era agevole per tutti ma io ce la feci», dice chiamando «scala di corda» quello strumento che comunque qualche vita deve averla salvata, come quella dei camerieri che aveva visto scendere. Ma anche le mani di Pellegrini salvarono qualcuno quella notte, più tardi. Anche per lui la nave aveva corridoi diventati pozzi, come ha detto al pm Navarro. Anche i suoi occhi avevano visto scene di scarso amore verso il prossimo ai cancelli delle scialuppe. Fu lui, con il capo commissario Barabba e il medico Cinquini, a issare con la corda la Panetta, un passeggero di almeno 130 kg, altri turisti interamente inzuppati. Poi il salvataggio di una ragazza infortunata, il tentativo di aprire porte tagliafuoco bloccate, l’incontro con il vigile del fuoco Trapassi, quello con l’ufficiale Canessa, infine la discesa a terra dopo le 5.

Pellegrini ha risposto poi alle domande del difensore Zanconi, parte civile per il Giglio. Per raccontare cosa accadde quella notte sull’Isola e cosa accade oggi. «Facemmo aprire gli alberghi, avvisammo assessori e consiglieri, mettemmo a disposizione le scuole, facemmo accendere i riscaldamenti». Sull’isola si stavano riversando oltre quattromila passeggeri e centinaia di soccorritori: «Anche mettere in piedi una mensa non era facile: abbiamo dato da mangiare per mesi, abbiamo servito anche mille piatti al giorno». Tutta l’attività del Giglio bloccata: «Almeno per sei mesi siamo stati sempre dietro all’emergenza: a casa non mi vedevano più, mia moglie e mia figlia avevano preferito andare da parenti a Livorno». Dal punto di vista amministrativo, l’isola è rimasta indietro? «Sì - ha risposto il vicesindaco - Il 20 dicembre precedente avevamo adottato il piano strutturale, che era fermo da 25 anni. Erano previsti vari interventi: la teleferica per eliminare i lunghi bus, porticcioli a Cannelle e Campese, varie opere pubbliche. Tutto fermo. Avremmo fatto partire tutto in un anno e invece siamo rimasti fermi per due anni».

Non solo moglie e figlia se ne sono andati dall’isola: «Da noi si viene per stare tranquilli. E sull’isola con tutte le operazioni di soccorso non siamo stati più tranquilli». Diminuite le presenze in un territorio che vive sulle seconde case (6-8mila posti letto) più che sugli hotel (600) e che vede le strutture concentrate a Campese. È iniziato il turismo mordi e fuggi: «Addirittura c’era gente che veniva e nemmeno scendeva dal traghetto». Per cercare di limitare i danni, la Regione aveva promosso una campagna pubblicitaria «di modesta entità». Ma è vero che ci sono stati problemi anche per le scuole? ha chiesto il legale: «Sì. Noi ne abbiamo due, le medie al Porto e le elementari al Castello. Avevamo avuto 350mila euro dalla Regione per metterle a norma. Ma con l’emergenza di mezzo, i lavori sono iniziati un anno dopo». Passaggi ravvicinati? «Sì, sentivo che ce n’erano dai miei concittadini. Io non ne ero interessato, sono di quella parte dell’isola agricola e non marittima». Ma quando c’è stato da dare una mano, da quella notte, l’isola non ha conosciuto differenziazioni».

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