Sicurezza
«Sapevano tutti che lì dentro c’erano rifiuti pericolosi»
SCARLINO. Un anno e mezzo fa i vertici della Agrideco avevano patteggiato la pena davanti al gup. Un anno e 4 mesi al presidente del cda e legale rappresentante di Agrideco srl, Stefano Rosi, e al...
SCARLINO. Un anno e mezzo fa i vertici della Agrideco avevano patteggiato la pena davanti al gup. Un anno e 4 mesi al presidente del cda e legale rappresentante di Agrideco srl, Stefano Rosi, e al vicepresidente e responsabile dell'impianto, Luca Tronconi, per cooperazione colposa per esplosione, omicidio colposo, lesioni colpose. Quarantamila euro la sanzione per l'azienda.
La formula scelta non aveva consentito di approfondire alcuni aspetti dell'inchiesta, adesso recuperati tuttavia nella sentenza del giudice del lavoro nelle sentenze per il risarcimento danni di Martin e Cicchiello. Ad esempio le intercettazioni telefoniche e le dichiarazioni dei dipendenti, in cui è emerso che tutti coloro che lavoravano all'Agrideco, ma anche Rosi e la moglie, «erano in trepidante attesa del carico di prodotti della Procter & Gamble - scrive il giudice Casoli - che, ancorché destinati allo smaltimento, venivano invece prelevati dai dipendenti per uso personale essendo per lo più prodotti fuori commercio ma ancora utilizzabili. I dipendenti hanno riferito, e tanto è emerso anche dalle intercettazioni, che essi, preventivamente avvertiti dell'arrivo del carico, si recavano personalmente a visionare i prodotti e a prelevarli per sé o per altri».
Il figlio di Cicchiello aveva poi dichiarato al servizio prevenzione Asl che le bombolette spray erano state trattate anche in altre occasioni anche se in quantità inferiore. Federico Lattanzi, responsabile Agrideco, aveva detto in una conversazione telefonica che «le fiamme potevano essere derivate solo dalla presenza di 7-8 pancali di bombolette, di cui era quindi ben a conoscenza», nota la dottoressa Casoli. E Cicchiello junior si era lamentato con Lattanzi che non era la prima volta che le bombolette prendevano fuoco. Ancora, sentito dalla Asl, Tronconi aveva dichiarato che «era a conoscenza della natura del rifiuto e della sua classificazione, ovvero che si trattava di rifiuto speciale pericoloso di cui non aveva le necessarie autorizzazioni per trattare».
Il personale era a conoscenza del tipo di rifiuti, hanno sottolineato i periti della Procura con passaggi ripresi nella sentenza del giudice del lavoro, ma non era stato sufficientemente formato sui rischi derivanti da un possibile incendio. I corsi di formazione avevano per argomento solo le caratteristiche dell'impianto, «senza mai alcun riferimento ai divieti inerenti il trattamento dei rifiuti pericolosi o infiammabili».
(p.s.)
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