Sicurezza
Addio al lavoro, il fango se lo è mangiato
A Polverosa, 13 mesi dopo l’alluvione, l’azienda di Umberto Lelli è chiusa per sempre: 500mila euro di danni e tanta amarezza
Nelle zone dov’è passata l’alluvione c’è chi ha perduto per sempre il lavoro che ha aveva. Come Umberto Lelli, ex titolare di un vivaio a Polverosa e che dal 12 novembre 2012 non è più riuscito a rialzare la testa. La sua azienda è definitivamente chiusa: 500mila euro di danno. E lui ha dovuto riciclarsi come poteva.
Nelle sue serre c’è ancora il fango alto che non è riuscito a togliere. Cumuli alti che formano montagne insormontabili: ogni giorno che Lelli apre la finestra di casa, lì di fronte, si vede lo “scheletro” di fronte. È come se convivesse con un morto. Sporco, pieno di detriti, costoso da rimettere in sesto, pulire, bonificare e far funzionare di nuovo. Lì davanti Lelli scrolla le spalle e indica il suo vecchio lavoro perduto.
«A tredici mesi di distanza dall’alluvione - dice lui - ho abbandonato tutto, gettato la spugna, ho dovuto chiudere l’azienda e sono a lavoro fuori. I danni sono totali: 500mila euro tra mancato guadagno, le scorte. Il venerdì prima dell’alluvione - ricorda lui - questa serra era piena di vasi, insieme all’operaio che lavorava con me avevamo piantato tutto, circa 12-15mila vasi, poi tutto il resto, le serre in fondo». La stagione prometteva bene.
Invece niente, è stato un danno totale, attrezzi, macchine agricole, trattori, motozappe. «Questa zona è una delle più colpite», dice; ma precisa anche. «Come la mia azienda ce ne sono altre che facevano il mio tipo di lavoro: sono 6 aziende simili, e con trattori come i miei. Anche quelli ko».
Qualcuno ha provato pure a ripartire e a piantare qualcosa, altri hanno subito la sua stessa sorte. Hanno chiuso i battenti e detto addio a un’attività in alcuni casi florida.
Florida e varia. Lui stesso coltivava di tutto. Esportava, vendeva merce anche “particolare”. Peperoncino, piante stagionali, bacche di rosa, zucche ornamentali, meloni, prodotti tipici e “speciali”. Era socio di Copaca, «per cui - dice a malincuore - c’è stato anche un danno doppio, perché anche loro hanno subito un danno enorme, comprese le scorte».
Lelli indica con la mano i cumuli di fango alle sue spalle. Massi di detriti, melma incrostata, alta che non è riuscito a portar via. E chissà quando potrà farlo. «Questo è ancora il fango di allora, perché lavorando ormai fuori, mi ci posso dedicare solo il sabato e la domenica. Per rimettere a posto tutto servirebbe un anno di lavoro, acquistare materiali, e i soldi non ci sono».
Il settore agricolo è fermo, «non ha guadagno per due anni: non è come le altre attività che dopo 5-6 mesi hanno ricominciato con tutte le difficoltà del caso a tornare alla luce, e rivedere qualcosa. Qui, nel nostro settore, ci vogliono due anni». A parte i danni, per ripartire ci vorrebbero altri 100mila euro: anche solo per comprare trattori usati: dove sono i soldi? Non ci sono». Risarcimenti nulla. «Abbiamo avuto qualche fondo dai volontari, tipo Agape e le onlus, poi dal Comune». Quelli che potrebbero far respirare l’economia distrutta, ancora nulla.
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