Attenzione
«Intrappolata al ponte salvata da una corda»
Drammatico racconto della commissaria: il corridoio era diventato un pozzo Parla la dirigente Gallinella: «Dissi agli ospiti di restare sulla muster station»
GROSSETO. Ci sono due lunghi tratti di corda impressi nella mente di Fiorella Silvana Panetti. Quella con la quale il direttore dei servizi Lorenzo Barabba la tirò fuori dal «corridoio diventato un pozzo» per l'inclinazione della nave; e quella di cui era composta la biscaggina attraverso la quale, come altre centinaia di passeggeri, il terzo commissario si allontanò dalla nave che qualche ora prima sarebbe potuta diventare la sua tomba. Due tratti di corda che sono sinonimi di vita, di salvezza, di rinascita anche. Peruviana come la collega Abad, sentita il giorno precedente, Panetti è ancora sotto terapia psichiatrica e psicologica, per cancellare definitivamente dalla sua mente la paura di quel 13 gennaio. Anche per lei, come per Jaqueline Abad, c'erano stati momenti di terrore e neanche a lei il ponte di comando aveva risposto quando con la radio aveva chiesto spiegazioni dell'inclinazione.
Intrappolata. «Ero intrappolata al ponte 4, all'uscita del ristorante, sono rimasta lì per 15-20 minuti. Poi il direttore mi ha tirato fuori con una corda. Ero con i piedi nell'acqua». Lì la Panetti era arrivata dopo un percorso difficoltoso, sempre più difficoltoso mentre la nave si piegava. Al momento dell'urto stava preparando le paghe, in ufficio, con due colleghi. Era comunque riuscita ad aiutare gli altri passeggeri, tranquillizzandoli e indirizzandoli alle lance. Anche lei era salita su una lancia, fatta scendere per ordine del vice comandante Dimitrios Christidis: «Ma la lancia non scese perché la nave era già sbandata: si era posata sul ponte 3. Feci uscire tutti e li mandai su altre lance. Io restai dentro fino all'ultimo, uscii con l'aiuto di un cuoco». L'incontro con altri colleghi e poi la decisione di andare al ponte 4 lato dritto, verso prua: «Il ponte 3 non c'era più», perché sommerso dall'acqua, che aveva raggiunto anche il ponte 4.
Passeggeri a nuoto. Alcuni passeggeri si erano gettati per raggiungere la costa a nuto. «Tornai a sinistra con Barabba e all'uscita del ristorante io rimasi intrappolata». Venne calata una corda, accanto a lei c'era un elettricista bulgaro: «Mi imbracò ma non riuscivano a tirarmi su. Poi arrivarono il direttore sanitario Cinquini e il vicesindaco del Giglio e insieme a Barabba mi tirarono fuori. L'elettricista mi disse che altri dieci minuti e l'acqua ci avrebbe raggiunto e spinto verso l'uscita». Non era finita: «Cinquini mi fece salire sulle sue spalle». Salvata ma anche salvatrice: una mano a due camerieri filippini, una a due passeggeri tedeschi. «Poi un romeno dell'equipaggio mi aiutò a salire più su nel corridoio». Sulle spalle lo zaino del pronto soccorso, nel tragitto verso la biscaggina di poppa. «C'erano colleghi e passeggeri: saremmo stati 250-300. Sono scesa dalla biscaggina verso le 4-4,30. E a terra sono stata portata da una vedetta della guardia costiera».
Non mi fidavo. L'esperienza di anni navigazione le aveva fatto fiutare che non poteva essere solo un blackout. Così Katia Gallinella, 44 anni, da venti anni con Costa - una lunga permanenza sulle navi prima di essere impiegata a terra come direttore del selezione del personale -aveva diffidato quando Jacqueline Elisabeth Abad Quine aveva annunciato ai passeggeri che potevano anche tornare in cabina. «Quell'annuncio era conforme ai regolamenti, visto che non era stata data l'emergenza generale. Io però mi misi in mezzo alla porta di entrata della muster station per invitare i passeggeri a restare lì».
Il mare era vicino. Definitasi come «passeggera esperta» nel rispondere alle domande del pm Stefano Pizza, Gallinella ha ribadito che era meglio a suo giudizio restare vicino alle scialuppe, perché «avevo visto il mare vicino (per effetto dell'inclinazione della nave, ndr), eravamo sbandati e alcuni avevano già il giubbetto». Come fare a sapere di più? Gallinella era sulla Concordia per seguire un programma di ingaggio del personale e il lancio di un canale televisivo dedicato all'equipaggio, insieme a un'apposita troupe i cui componenti (Andrea Notarnicola di Newton, fornitore di servizi video per Costa, e l'operatore free lance Timothy Guerreschi) erano con lei a cena. Aveva sentito l'urto e visto volare via gli oggetti in cabina, aveva sconsigliato gli ospiti di tornare in cabina a prendere i propri effetti («forse i ponti inferiori erano già allagati»). Telefonò al marito e a due colleghe-amiche. «Non chiamai altre persone della compagnia: avrei voluto chiamare il mio capo a terra, Alessandro Centrone, ma avevo paura di occupare il suo cellulare visto che sapevo che faceva parte dell'unità di crisi». Una volta a terra, era stata incaricata di fare la conta dei membri dell'equipaggio: «Ero uscita dall'appartamento che poi ho saputo essere del sindaco per cercare il comandante e farmi dare la lista dell'equipaggio». Un'affermazione, quest'ultima, che la difesa di Schettino ha contestato ma che il pm Navarro ha rintuzzato: «La lista dell'equipaggio è nel crew office - ha precisato Gallinella a una precisa domanda del magistrato - ma anche il comandante ce l'ha. Io quella notte non lo vidi».
Preparai il denaro. Ascoltato ieri anche il direttore amministrativo della Concordia, Giovanni Nonnis, che dopo essere sceso al ponte 0 risalì nel suo ufficio per prendere il denaro della cassa, come da ruolo, e portarlo in plancia. «Avrei dovuto consegnare la borsa al comandante ma era impegnato, la diedi a Giampedroni. E poi con lui scesi al ponte lance». Dal lato destro si gettò sul tetto di una lancia, che era stracolma. A terra fu impiegato nelle operazioni di appello del personale.
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