Sicurezza
Loreto vince il nuovo round col ministero
Respinto il ricorso di Roma che tornava a chiedere la destituzione dal vertice della Motorizzazione
GROSSETO. Il collegio civile del Tribunale di Grosseto (Ottati presidente, Conte relatrice e Caporali) ha respinto il reclamo del ministero delle Infrastrutture e trasporti che aveva contestato l'ordinanza con la quale - nel marzo scorso - l'ingegner Lorenzo Loreto era stato reintegrato alla guida dell'ufficio provinciale della Motorizzazione civile.
Loreto era stato "destituito" dopo aver vinto la causa che gli riconosceva le differenze retributive per 277mila euro per le mansioni superiori svolte dopo la dequalificazione dell'ufficio; aveva fatto ricorso, l'aveva vinto di fronte al giudice del lavoro Mezzaluna. Il ministero, appoggiandosi a motivazioni non dissimili da quelle portate in primo grado, aveva sostenuto la necessità di negare il reintegro paventando il rischio di un danno erariale.
Ma secondo il Tribunale «la giustificazione offerta dall'amministrazione a sostegno della sua scelta, ovvero il voler evitare un aggravio di spese per l'erario - che altrimenti a suo dire si avrebbe mantenendo in capo a Loreto mansioni di livello dirigenziale - come correttamente evidenziato nell'ordinanza impugnata non ha alcun fondamento». Secondo i giudici «da un canto è pacifico che l'ufficio della Motorizzazione civile di Grosseto non sia di livello dirigenziale e dall'altro il nuovo funzionario nominato in sostituzione del reclamato ha il suo medesimo inquadramento».
Allora il problema non Loreto o Ferrante, perché «l'aggravio per l'erario deriva non già dall'essere il direttore della Motorizzazione civile ma dall'attribuzione a Loreto di compiti ulteriori, questi sì di natura dirigenziale».
I giudici ribadiscono «il totale svuotamento della prestazione lavorativa di Loreto», come determinata dalla "destituzione" (che secondo il giudice di primo grado aveva una connotazione ritorsiva), e la qualificano come integrante «un pregiudizio irreparabile, perché lesivo del diritto, non suscettibile di monetizzazione e costituzionalmente garantito, di svolgere un lavoro confacente alla propria professionalità».
E dunque l'ordinanza del 4 marzo scorso è stata confermata. Il ministero è stato condannato a pagare 1.800 euro per le spese di lite.
(p.s.)
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