Il Tirreno

Grosseto

il caso san martino

La Confartigianato difende Busisi

di Francesca Ferri

GROSSETO. Confartigianato Grosseto fa quadrato intorno al suo dirigente Stefano Busisi di recente balzato alle cronache per aver perso la causa intentata nel 2000 contro l’ambientalista Roberto...

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GROSSETO. Confartigianato Grosseto fa quadrato intorno al suo dirigente Stefano Busisi di recente balzato alle cronache per aver perso la causa intentata nel 2000 contro l’ambientalista Roberto Barocci per alcune dichiarazioni di quest’ultimo che Busisi riteneva lesive nei confronti suoi e della sua azienda di stoccaggio e trattamento rifiuti, sul caso di San Martino.

Barocci aveva detto pubblicamente che Busisi era stato condannato (in tre gradi di giudizio) per smaltimento abusivo di sostanze pericolose, che esistevano dei verbali della Commissione parlamentare in cui l’allora procuratore antimafia Cordova citava la ditta Busisi come uno dei punti da cui (a sua conoscenza) erano partiti rifiuti pericolosi destinati a discariche illegali in Campania gestite dal clan dei Casalesi; e che alcune esternazioni di Assindustria, che sostenne Busisi, lo avevano preoccupato.

Il tribunale di Grosseto ha riconosciuto che in queste affermazioni non c’era nulla di falso e ha respinto la richiesta di Busisi di avere da Barocci 700 milioni di lire di risarcimento.

Ieri, in una conferenza stampa convocata alla sede di Confartigianato Grosseto, il direttore Mauro Ciani ha difeso il suo dirigente: «La Busisi è una ditta storica che dà lavoro a 41 persone, e quanto riportato dai giornali ha generato dubbi che vanno chiariti; sia chiaro che Confartigianato è convinta che la Busisi ha sempre operato bene», ha detto Ciani.

Stefano Busisi e il suo avvocato Luca Mirco sono quindi tornati a ribadire che le affermazioni di Barocci sarebbero false, danneggerebbero la Busisi Ecologia e il suo titolare e hanno chiesto una rettifica.

Nel caso del Tirreno, la parte contestata è relativa alla condanna inflitta a Busisi. «È falsa la circostanza secondo la quale al signor Busisi sarebbe stata inflitta una condanna penale per smaltimento abusivo di sostanze pericolose. Busisi non è mai stato condannato per smaltimento abusivo di sostanze pericolose perché faceva solo stoccaggio», dice Mirco. Quella che viene che viene definita dall’avvocato una «falsità» non nasce da un’imprecisione del Tirreno ma è testualmente riportata nella sentenza di condanna emessa dal vicepretore di Grosseto Falagiani il 24 giugno 1998 e confermata in tre gradi di giudizio. Busisi, come si legge nella sentenza, è stato dichiarato colpevole perché effettuava «lo smaltimento di rifiuti speciali, tossici e nocivi... prodotti da terzi, stoccandoli presso l’insediamento aziendale senza la prescritta autorizzazione». Quale potrebbe essere l’inghippo? Probabilmente è il fatto che lo smaltimento non è stato effettuato in maniera volontaria da Busisi, secondo un preciso processo industriale. Busisi, infatti, non ha mai concepito un impianto di smaltimento.

Il termine “smaltimento” deriva probabilmente dal fatto che quei rifiuti rilasciavano spontaneamente in atmosfera dei gas (come si legge nel capo b d’imputazione). E quando un materiale rilascia sostanze e, di fatto, riduce la sua concentrazione, questo processo è definito “smaltimento”. La contestazione del Busisi non nasce dunque da un’imprecisione del Tirreno ma, semmai, va ascritta al testo della sentenza. (f.f.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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