Imprenditori furiosi per le troppe tasse: «Così ci ammazzano»
L’imposizione di Stato, Regione e Comuni raggiunge livelli insostenibili. Alessandri: «La pecora si tosa, non si macella»
GROSSETO. Lunedì 18 novembre: il mondo delle imprese incontra gli amministratori locali per parlare di tasse. Serve una via d’uscita alla fustigazione tributaria. Un salasso cui contribuiscono i Comuni, con tasse che arrivano al 30% dei redditi. Si presentano 4 sindaci e tre assessori su 28. Risultati? Chiacchiere e poco più.
Martedì 19 novembre: il giorno dopo l’iniziativa voluta da Rete imprese Italia (Confartigianato, Confesercenti, Ascom e Cna) gli animi sono caldi. E la cosa non può certo lasciare sorpresi. Durante tutto il pomeriggio di lunedì c’è chi ha più volte detto d’aver avuto la sensazione di assistere a una terapia di gruppo: tutti a piangersi addosso, a richiamare le colpe di una Roma dipinta in versione canaglia. Ma (quasi) nessuno a proporre qualche medicina per curare le imprese tartassate. Ecco perché non devono stupire le reazioni al vetriolo di alcuni tra i protagonisti della vicenda. «Tornare in piazza? No, serve a poco. Il motto cui si devono ispirare gli imprenditori – sbotta Mauro Ciani, direttore Confartigianato - è “vedo, pago, voto”. Ecco la migliore protesta di tutte». Per Ciani gli amministratori locali hanno responsabilità enormi: «Quando incidi, con i soli tributi locali, sul 30% dei fatturati d’impresa puoi determinare vita o morte del territorio. Ieri (lunedì per chi legge, ndc) dovevamo parlare di fiscalità locale e di scelte politiche. Ma per il capoluogo non c’era neppure l’assessore al bilancio». L’assenza di molti amministratori maremmani per Ciani ha solo un significato: «Non si tiene conto di 20mila imprenditori, è sconcertante. Qualcosa si è mosso, come sull’Amiata o a Castiglione della Pescaia, dove sono state trovate alcune risorse. Ma questo l’abbiamo saputo solo ieri. Attenzione: non diciamo che non si devono pagare i tributi, ma anche i servizi devono essere efficaci. Versiamo come famiglie e come imprese. Vorremmo vedere parte delle tasse che diamo ritornare nelle giuste forme».
Inviperito anche il direttore della Cna, Renzo Alessandri: «Fatto salvo qualche percorso di concertazione avviato da alcuni Comuni, la tendenza è stata approvare i bilanci senza parlare con le associazioni. E quest’anno è successo anche con i sindacati. È più facile. Poi, quando si viene tirati in ballo, si parla di Roma. L’assessore grossetano Giancarlo Tei (ambiente) ha detto d’averci incontrati sulla Tares. È vero, due giorni prima del consiglio comunale. E in sede di consiglio siamo venuti a conoscenza anche dell’aumento Irpef». Poi Alessandri scende nel dettaglio: «Molte imprese smaltiscono per conto proprio, ma sono costrette a pagare cifre insostenibili per i rifiuti. Si chiacchiera di rinnovabili, ma lo sappiamo che un fotovoltaico su un tetto paga l’Imu aggiuntiva?». Infine la bordata: «Dal 2008 non ho notato sobrietà nella pubblica amministrazione. Si è continuato a aumentare le spese e a coprirle con le tasse. Anche a livello comunale, tanto che a questo punto imposte locali e nazionali si equivalgono». Esistono società di capitali che pagano «100mila euro di tasse su 130mila euro d’entrate. Si riducono gli incassi, ma le tasse rimangono le stesse, anzi. Le amministrazioni devono capire che la pecora va tosata, non macellata. Altrimenti non rende più né latte, né lana». Intanto i dati del primo quadrimestre 2013 lasciano di pietra: 250 le imprese artigiane scomparse nel capoluogo. «Nell’indifferenza generale – commenta Alessandri - è sparita un’azienda delle dimensioni della Mabro». Anche nel commercio è crisi nera, «Basta guardare le vie del centro storico e Marina di Grosseto» dice Gloria Faragli, direttrice Confesercenti (e di Rete imprese). Con questa pressione fiscale «Il rischio di chiusura di molti negozi in Maremma è concreto. Non ce la fanno più. Siamo consapevoli che tante soluzioni devono essere cercate a Roma, ma rischiamo di avere luoghi privi di servizi, impoveriti e con disoccupazione crescente». Una settantina gli esercenti maremmani che hanno gettato la spugna in pochi mesi, e questo «Considerando le sole categorie più colpite dalla Tares». Una volta in Maremma c’era la malaria e a succhiare il sangue erano le zanzare. Oggi la faccenda è diversa: alle imprese non le salva neppure l’estatatura.
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