Sicurezza
«Lì sotto in sala macchine facevamo la fine dei topi»
Parlano il terzo ufficiale Di Piazza e il direttore di macchina in seconda Borghero «Dalla plancia si disinteressavano di noi». «Via, via, via» mentre l’acqua saliva
GROSSETO. Hugo e Tonio hanno visto la morte in faccia. Aveva le forme spaventose dell'acqua che entrava a ondate in sala macchine ma anche quelle più subdole del liquido che filtrava dalle cornici di quelle che avrebbero dovuto essere delle porte ermetiche, arrivando a coprire lentamente il pavimento. Hugo e Tonio sono vivi e hanno anche aiutato a salvarsi prima i colleghi, in sala macchine, e poi i passeggeri, una volta saliti al ponte lance. Nessuno aveva dato loro l'ordine di venire via: «Era stata una decisione autonoma», dettata dalla pericolosità dei locali invasi da una massa d'acqua impressionante. Altrimenti, ha detto Tonio, «avremmo fatto la fine dei topi».
Hugo di Piazza, terzo ufficiale di macchina, all'epoca imbarcato da soli 21 giorni, alla sua prima guardia da solo, lo dice chiaramente puntando il dito contro la plancia di comando: «C’era un disinteresse verso il personale di macchina», come ha riferito ieri in aula. O anche, con un linguaggio più colorito, «il ponte fino a quel momento non ci aveva minimamente cac... Potevamo morire, non gli importava niente», come aveva detto a un amico in una telefonata intercettata il 21 gennaio e riascoltata ieri in aula. Perché sia secondo il giovane Hugo, sia secondo il più esperto Tonio Borghero, direttore di macchina in seconda, dopo pochissimo già si sapeva che tutto era perso: «Erano interessati dall’acqua i quadri elettrici», che stanno sopra ai motori. «Dopo venti minuti avevamo già capito la situazione e l’avevamo comunicata», ha detto Hugo. «Dopo venti minuti avevamo perso la sala macchine, nessuna pompa di emergenza ci avrebbe potuto aiutare; e comunque mancava l’energia elettrica per farla funzionare», ha ribadito Tonio.
Ma dal ponte nessun ordine? «Fu il direttore di macchina Pilon a dire “Andiamo”». E nell’aula è risuonato quel «Via, via, via» urlato da Borghero nell’audio delle 22,24 di quel 13 gennaio fatto riascoltare nel teatro. Drammatico come drammatiche erano state prima le fase di ispezione, con l’acqua che aveva investito a ondate Di Piazza con getti d’acqua «a mo’ di cascata, con un diametro di circa un metro», come aveva dichiarato l’ufficiale agli inquirenti il 1º marzo 2012. Ma possibile che in plancia non capissero? Il pm Maria Navarro ha fatto riascoltare l’audio delle 22,09, la telefonata tra Schettino che chiedeva informazioni dopo aver ricevuto i primi già preoccupanti ragguagli e il direttore Pilon che rispondeva con voce concitata: «Non abbiamo i 4-5-6 (motori, ndr) e nemmeno 1-2-3. Stiamo vedendo se riusciamo a mettere in moto le pompe di svuotamento». Le 22,09, cioè venticinque minuti dopo l’urto. «Ma in quindici minuti avevamo già dato tutte le informazioni», ha aggiunto Borghero.
Hanno parlato con grande proprietà di linguaggio, i due testimoni. E hanno dato spiegazioni sul funzionamento delle macchine; sul generatore di emergenza che si era messo in moto con un cacciavite ma che faticava ad agganciarsi al sistema; sulle comunicazioni; sui livelli dell’acqua. E nessuno dava ordini: «Sentii che veniva dato ai passeggeri l’annuncio del blackout: immagino che fu fatto per non creare panico ma mi faceva indispettire, non era quella la reale situazione», ha detto Borghero.
Nella fuga verso l’esterno, verso la salvezza, il direttore di macchina Pilon era stato aiutato da due giovani ufficiali: «Si sentiva male, un po’ la paura, un po’ l’età», sono state le parole di Di Piazza. Poi l’arrivo sul ponte 4, prima a sinistra, poi a destra. Poi l’imbarco tra mille problemi e paure, e poi lo sbarco. «Ma non abbiamo abbandonato i passeggeri a sinistra, stavano facendo una catena per arrivare a destra. E quando ci siamo imbarcati sul ponte non c’era più nessuno».
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