Proteste
Quelle tracce di sangue che accusano il custode
I carabinieri le hanno trovate nella cucina della villa utilizzando il luminol L’agricoltore, 69 anni, non parla: e il corpo di Francesca non si trova
GAVORRANO. C’era sangue, nella cucina della villa di Francesca Benetti è stata probabilmente uccisa. C’erano tracce visibili e c’erano quelle che Antonino Bilella, agricoltore di 69 anni, avrebbe cancellato subito dopo, nello stesso modo in cui avrebbe fatto sparire il corpo della donna. Tracce di qualcosa di tremendo fiutate dai cani e rilevate dai Ris. Tracce visibili a occhio nudo, tracce passate sotto il luminol che le ha segnalate ai carabinieri, una per una. Lì, in cucina, dove Francesca sarebbe stata uccisa.
Antonino Bilella è accusato di omicidio e occultamento di cadavere. Il custode e tuttofare della casa di Potassa che il marito di Francesca Benetti, vicentina di 55 anni, aveva voluto, ieri notte quando è stato arrestato dai carabinieri, si è accasciato a terra in caserma. Un calo di pressione, dopo che i sostituti procuratori Salvatore Ferraro e Marco Nassi hanno emesso il decreto di fermo di indiziato di delitto. Per tutta la notte Bilella è rimasto in ospedale. Ieri mattina però, i medici lo hanno dimesso, e la sua uscita dal Misericordia è coincisa con il suo ingresso al carcere di via Saffi.
Non ha parlato, l’agricoltore che fino all’anno scorso viveva a Torino dove aveva fatto l’operaio, prima di arrivare in Maremma e trovare lavoro a Villa Adua.
Lavorava in quella grande casa, viveva lì. E probabilmente, quella donna bellissima che dimostrava almeno dieci anni in meno, con quel corpo da statua che andava e veniva dalla casa di Potassa, aveva suscitato qualche appetito nell’uomo. Forse, perché ancora i carabinieri hanno da sciogliere più di un nodo di questa storia tinta di nero. Bilella si è chiuso in un silenzio che racconta più di mille parole. Che dà risposte alle contestazioni dei magistrati e degli investigatori. L’agricoltore di 69 anni non è un pregiudicato, ma un contadino, abituato a lavorare la terra senza troppe smancerie e senza alcun complimento. Un uomo poco socievole, almeno nei racconti dei vicini di Potassa. «Qualche volta gli ho detto buongiorno - dice una donna che abita pochi metri più avanti - ma non mi ha mai risposto. Qualche volta ho riprovato a parlarci, ma poi ho smesso». Da lì a dire, però, che Antonino avrebbe potuto uccidere la signora che lo aveva accolto e che gli aveva dato un lavoro, il salto è lungo.
La donna parla guardando l’auto dei carabinieri parcheggiata nel viale, al di là del grande cancello che si affaccia su via Arno. Anche ieri i militari sono tornati là, per cercare altri indizi. Per trovare quel corpo che potrebbe dare tante risposte a questa vicenda che ha rimesso in discussione, a venti giorni dall’uccisione di Irina Meyntser, la colf uccisa dal fidanzato Sergio Bertini, la dolce vita maremmana. «Qualche volta abbiamo cercato di entrare nel giardino per costruire una casa sull’albero - dice uno dei ragazzini - ma lui ci diceva che c’erano i cani e che ci avrebbero morsi».
Essere burbero, però, non è una colpa. E non lo è nemmeno litigare con gli operai che stanno facendo lavori al confine con la proprietà della signora. «L’ho sentito urlare qualche volta - dice ancora la donna - era arrabbiato perché stavano facendo un fosso e diceva che entravano nella sua proprietà. Ma da lì a dire che è un assassino, ce ne corre». Potassa è Maremma, di quella vera e Antonino lavorava come tanti agricoltori. Un po’ scostante, un po’ ombroso ma che non sembrava poter far del male a nessuno. Le risposte a tante domande le sa soltanto lui. Ai carabinieri tocca continuare a cercare. Ha scelto il silenzio, per ora. Ha scelto di tenere per sé quello che è successo a Villa Adua.
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