Il Tirreno

Grosseto

«Non diffamò Busisi», Barocci vince causa

«Non diffamò Busisi», Barocci vince causa

L’imprenditore chiese maxirisarcimento per il caso San Martino: dopo 13 anni è condannato alle spese

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GROSSETO. «Roberto Barocci non si è inventato notizie false e perciò calunniose, ma ha solo esercitato un diritto di critica che trova la sua espressione nell’articolo 21 della Costituzione». Così recita la sentenza firmata da Roberto Lisci, il giudice del Tribunale di Grosseto che ha respinto la richiesta di risarcimento danni presentata nel 2000 contro lo stesso Barocci dall’imprenditore grossetano Stefano Busisi a nome personale e per conto della propria azienda, la Busisi Ecologia srl.

Busisi voleva dal professore e noto ambientalista la bellezza di 700 milioni di lire, a ristoro del danno provocato _ a suo dire _ da «condotte gravemente lesive dell’onore e della reputazione» sua e dell’azienda, messe in atto da Barocci durante la battaglia che, sul finire degli anni ‘90, contrappose i residenti di San Martino alla società che si occupa di stoccaggio e trattamento rifiuti.

Dopo tredici anni il giudice chiude il caso: Barocci non ha detto nulla di falso e dunque non può essere condannato; Busisi invece dovrà pagare 12mila euro di spese legali.

La vicenda è lontana nel tempo. Siamo, come detto, sul finire del secolo scorso quando la ditta Busisi _ da cinquant’anni attiva nell’area di San Martino _ chiede e ottiene dalla Provincia un ampliamento del proprio impianto e delle proprie attività. A pochi metri da lì c’è una scuola materna e i residenti della frazione si preoccupano. Nasce così un comitato di cittadini che chiede alle autorità di bloccare il progetto, mentre lo stesso direttore della materna propone di ampliare semmai la scuola, visto il crescente numero di alunni che vi affluiscono.

Le autorità tentennano, Busisi ribadisce la bontà del progetto, i cittadini non demordono: dal confronto si passa allo scontro e tutti alzano il tiro. A sostegno delle tesi del comitato si schiera Roberto Barocci, allora esponente di Rifondazione Comunista ma soprattutto tenace paladino della salute e dell’ambiente in tutta la provincia. Barocci teme che la Busisi si dedichi a lavorazioni pericolose e _ oltre a reclamare indagini su un eventuale inquinamento del sito aziendale e dintorni _ tira fuori alcuni documenti che, a suo giudizio, avrebbero dimostrato la necessità di essere quantomeno “prudenti”. Barocci infatti ricorda una condanna penale inflitta a Busisi per smaltimento abusivo di sostanze pericolose, e fa conoscere un verbale (peraltro pubblico) di Commissione parlamentare in cui l’allora procuratore antimafia Cordova citava proprio la ditta Busisi come uno dei punti da cui (a sua conoscenza) erano partiti rifiuti pericolosi destinati a discariche illegali in Campania gestite dal clan dei Casalesi.

Barocci dice tutto questo pubblicamente. E Busisi _ sostenuto dall’allora presidente di Assindustria Grosseto – passa alle vie legali, diffidando lui e il Comitato dall’insistere. Il Tribunale rigetta la diffida, Barocci denuncia pressioni minacciose contro la sua persona e contro il comitato, Busisi chiede il maxirisarcimento. Sostenendo di essere stato diffamato per tre ragioni: perché mai condannato, perché i verbali della commissione parlamentare erano “non meglio precisati” e perché mai alcuna minaccia era stata lanciata nei confronti di Barocci.

Per il giudice Lisci, invece, Barocci (difeso dall’avvocato Luciano Giorgi) disse tutte cose fondate: la condanna c’è, e in tre gradi di giudizio; i verbali della Commissione pure; e infine certe esternazioni di Assindustria («la tolleranza non ha più ragion d’essere», «verrà la risposta anche in termini di richiesta danni») rilasciate all’epoca potevano legittimamente preoccupare Barocci e il comitato.

Per Roberto Barocci ennesima querela ed ennesima vittoria in Tribunale. Ma, come lui stesso sottolinea amaro, una vittoria di Pirro. Perché, spiega, «la scuola che volevamo difendere è stata nel frattempo chiusa dal Comune. Mentre la ditta, che chiedevamo trasferisse lontano da scuole e abitazioni le proprie attività, ha ottenuto tutte le autorizzazioni all’ampliamento». Ma, chiosa, l’esito di questa vicenda serve comunque «per sostenere che il diritto di critica e il diritto alla salute è garantito dalla Costituzione anche a danno del diritto di impresa e che inutili sono i tentativi messi in atto per intimorirci. Almeno finché non riusciranno a cambiare la nostra Costituzione».

Emilio Guariglia

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