La manifestazione
Quelle stanze a soqquadro come l’anima di Bertini
I Ris sono entrati nell’appartamento dove sarebbe stata uccisa Irina Meyntser Oggi gli accertamenti sull’auto con la quale ha portato il cadavere all’Argentario
GROSSETO. Aveva lunghe gambe affusolate, Irina. Gambe da ballerina, con le quali muoveva passi di danza insieme a Sergio. Aveva i trucchi in bagno, abiti nell’armadio. Quella casa di via Ansedonia era casa sua, quella camera era quella che divideva con il suo compagno. Le stanze dell’appartamento al terzo piano della palazzina di Barbanella sono state passate al setaccio, ieri, dai carabinieri. Prima sono entrati quelli del Ris, il reparto investigativo speciale arrivato da Roma con tutta l’attrezzatura scientifica per andare a caccia di qualunque indizio necessario a ricostruire l’omicidio. Poi gli uomini del nucleo investigativo di Grosseto che hanno perquisito l’appartamento. Ci vorrà tempo, prima che i risultati raccontino qualcosa di più chiaro: soltanto il luminol, l’esame sulle tracce di sangue, ha già escluso che Irina sia stata ferita. Confermando le parole di Bertini, che ha confessato di averla uccisa «per un abbraccio troppo stretto». Gli investigatori, che ieri mattina sono entrati nell’appartamento con i sostituti Laura D’Amelio e Marco Nassi e con l’avvocato di Bertini, Tommaso Galletti, quell’abbraccio lo traducono più prosaicamente con il termine «strangolamento». Sarebbe morta così, Irina Meyntser, al culmine, forse, dell’ennesimo litigio. Poi il suo corpo sarebbe stato avvolto in una coperta e gettato in una scarpata lungo la Panoramica, a poche decine di metri da Punta Ciana.
Non è scorso sangue, se non quello nelle vene della donna, che ha cominciato a pulsarle all’impazzata nei polsi e alle tempie mentre Sergio le stringeva le mani intorno al collo. L’unica traccia di vita nell’appartamento della morte è quella che racconta la loro storia d’amore, prima che Irina diventasse cadavere: le loro fotografie, insieme, appese ai muri e appoggiate sui mobili. I rossetti e gli ombretti di Irina, in bagno, i vestiti della russa che lavorava come colf. E poi il disordine, i piatti sporchi nel lavandino, il letto sfatto, i libri fuori posto. Irina non era più nella casa di via Ansedonia e tra quelle mura Sergio si lasciava vivere, si faceva scorrere addosso le ore e i minuti. Il caos intorno a lui non nascondeva, però, una stella danzante. Irina non c’era più. E non era soltanto l’incapacità di tenere in ordine il problema di Sergio. Lo era forse la sua coscienza, che cercava di bussare a quell’anima nella tempesta che non riusciva a fare pari con quello che era successo in quell’appartamento.
Durante la perquisizione dei carabinieri è stato sequestrato anche il computer del tecnico informatico quarantasettenne. Ora verrà analizzato, insieme a tutto quello che è stato portato via dall’appartamento.
Nella casa del dolore, nella casa dove una donna sarebbe stata uccisa da un compagno troppo geloso per accettare che lei non sarebbe più stata sua non sarebbe stato trovato nulla che potesse far pensare a un’imminente partenza di Irina. Il viaggio a Roma, per trovare l’amica, era una messinscena che Sergio Bertini aveva escogitato per confondere le acque. Ma nulla, in quella casa, parlerebbe comunque di una situazione già definita tra i due. Le cose della donna erano tutte al loro posto. Irina probabilmente voleva lasciare Sergio, stanca della sua gelosia ossessiva e della tristezza che l’uomo le dipingeva sul volto ogni volta che, anche davanti ad altre persone, si avvicinava. Glielo aveva già detto e forse, quella domenica di metà ottobre quando fuori sembrava ancora primavera, ha cercato di organizzare la sua uscita da quella casa. Viva, libera finalmente, senza sospettare che Sergio l’avrebbe abbracciata ancora e che questa volta l’avrebbe uccisa.
@francegori
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