La manifestazione
I Ris nella casa di via Ansedonia
Domani mattina il sopralluogo nell’appartamento dove Bertini ha raccontato di aver ucciso Irina
GROSSETO. Nell’appartamento al terzo piano di via Ansedonia, quello dove sul campanello ci sono ancora i nomi di Irina e Sergio, uno accanto all’altro, i carabinieri del Ris di Roma entreranno domani mattina. Da quando Bertini, il tecnico informatico di 47 anni è stato arrestato per l’omicidio della sua compagna, nessuno ha più messo piede in quelle stanze. I militari della compagnia, in realtà, il giorno dopo la denuncia di scomparsa presentata proprio da Bertini, erano andato a trovarlo a casa. Il tecnico li aveva fatti entrare e l’appartamento era in ordine.
Non c’era niente che non andasse in quella casa. Non c’era alcun dettaglio che potesse attirare l’attenzione degli investigatori, preoccupati soltanto per quella donna scomparsa. Irina, invece, era già stata uccisa, nella sua camera da letto. Strangolata, soffocata da quello che sarebbe dovuto essere un «abbraccio», come ha detto Bertini al giudice, prima di essere avvolta in una coperta e sistemata, con ogni probabilità, nel bagagliaio del fuoristrada del tecnico.
E anche dall’autopsia, che non è stata ancora richiesta, potranno emergere ulteriori indicazioni. La prima, se Bertini ha detto la verità sul modo in cui sarebbe morta Irina.
Quando si è trovato di fronte al corpo della donna, appena trovato sulla strada di Punta Ciana, Sergio si è trovato affacciato sull’abisso della sua vita che stava per finire. Si è gettato per terra e ha cominciato a piangere. I carabinieri sapevano già che quel corpo era di Irina: lo avevano riconosciuto grazie all’esame dattiloscopico. Le impronte digitali non mentono: quel cadavere era della colf di origini ucraine che da otto anni viveva e lavorava a Grosseto. Erano della compagna di quell’uomo che piangeva disperato. Ha fatto lo stesso in carcere, due giorni fa, durante l’udienza di convalida del fermo. E ha fatto lo stesso, ammettendo di essere stato lui ad ucciderla, prima che i due pm che hanno coordinato le indagini, Laura D’Amelio e Marco Nassi, lo indagassero.
Quando Irina è stata trovata, era morta da giorni ormai.Sergio però sapeva dove aveva scaricato quel corpo, all’alba di domenica mattina dopo aver fatto sparire i suoi abiti. Ora i tecnici del Reparto investigativo scientifico di Roma dovranno ricostruire attraverso le tracce lasciate nell’appartamento e nell’auto dell’uomo, la sequenza di un delitto che si è trasformato in imperfetto solo perché due cacciatori durante una passeggiata nei sentieri che intersecano la Panoramica tra Porto santo Stefano e Porto Ercole, hanno sentito cattivo odore.
Bertini resta in carcere guardato a vista, per scongiurare il rischio che possa farsi del male. «È disperato», ha spiegato il suo avvocato, Tommaso Galletti. Bertini vorrebbe rimandare indietro il nastro di una tragedia che non può essere cancellata. Vivendo di nuovo i giorni felici con Irina, quelli nei quali ancora la gelosia non aveva preso il sopravvento. Togliendo da davanti ai suoi occhi il volto di Irina. Quel volto che aveva smesso di sorridere per sempre.
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