La manifestazione
«L’ho abbracciata fino a ucciderla» Bertini confessa
Il tecnico informatico racconta l’ultima notte di Irina Per ore ha vagato per la città con il cadavere nel fuoristrada
GROSSETO. «L’ho stretta forte a me. Non mi sono accorto che le stavo facendo male, Irina non ha reagito. L’ho abbracciata, non mi sono reso conto della forza che mettevo in quell’abbraccio. È morta per questo». Sergio Bertini parla davanti al giudice e piange. Racconta, con parole simili a queste, l’orrore che si è spalancato nella sua vita domenica 13 ottobre, quando ha ucciso la sua compagna, Irina Meyntser, dopo un litigio. Parte con un abbraccio il racconto del tecnico informatico di 47 anni che dalle prime ore di sabato mattina è al carcere di Grosseto dove ieri mattina si è svolto l’interrogatorio di garanzia. Un abbraccio che non parla d’amore ma che spiega la morte della donna il cui corpo è stato buttato via qualche ora dopo. Dopo che anche i suoi vestiti erano già spariti in un cassonetto dell’immondizia. I pochi minuti che sarebbero serviti all’uomo per uccidere la compagna al culmine di una lite, l’ennesima nelle ultime settimane, è seguita poi da un tempo lunghissimo di dolore e tormento, prima che il cadavere di Irina fosse gettato in una scarpata lungo la strada di Punta Ciana, sul promontorio dell’Argentario. Per due ore, nel suo appartamento di via Ansedonia, Sergio ha tenuto in braccio la sua Irina, tentando di ridare colore a quel volto che stava diventando sempre più pallido. Tentando di dare di nuovo un colpo di rosso a quelle labbra che viravano al viola. Poi l’ha spogliata, ha buttato via gli abiti e l’ha caricata sulla sua auto. Su una delle due. Ha utilizzato la sua Hyundai Terrano, il fuoristrada che teneva parcheggiato in via Ansedonia. E da Barbanella ha cominciato il suo viaggio nell’inferno del dolore e del rimorso.
«Mi sono comportato così perché non volevo deludere le persone che mi vogliono bene», ha poi aggiunto. Ha pensato a Irina, prima. Alla vita che da un anno e mezzo dividevano insieme, alla fortuna che aveva avuto ad incontrarla. Ha pensato ai suoi familiari, poi, ai suoi amici, ai colleghi di lavoro. Ha pensato a se stesso, soprattutto, e al modo di cancellare quell’«orrendo delitto», come lo ha definito il procuratore capo Francesco Verusio. Le strade della Maremma, sotto il disegno delle gomme del suo quattro per quattro, sono diventate gironi infernali. Più volte ha detto di essere passato davanti al pronto soccorso del Misericordia. Forse un lampo aveva attraversato la sua mente, sperando che all’ospedale qualcuno fosse in grado di rimediare a quello che lui aveva fatto. Per ore ha viaggiato con il cadavere della sua compagna in auto. Come se fosse la scena di un film, come se si trattasse della pagina di un romanzo di James Ellroy. Ma Grosseto non è Los Angeles, dove le donne vengono uccise e buttate via. Eppure, anche Irina, come la Rossa dei “Miei luoghi oscuri”, ha fatto una morte stupida e brutale. Di domenica sera, anziché di sabato notte, come succede invece alla madre del noirista americano. Stupida, come lo sono le morti di donne che non hanno colpe se non quella di voler lasciare il proprio compagno. Le amiche della donna lo hanno raccontato ai carabinieri: era diventato geloso, di una gelosia accecante. Di una gelosia mortale. Bertini ha detto tutto questo al procuratore capo Francesco Verusio, ai sostituti Laura D’Amelio e Marco Nassi e al suo avvocato, Tommaso Galletti. «È disperato - spiega -e si è più volte scusato per tutto quello che ha fatto. Vorrebbe riparare, in qualche modo». Rimediare, però, è un verbo che purtroppo non entra in questa storia che, nonostante le ammissioni e le spiegazioni di Bertini, solleva ancora più di un interrogativo.
Irina, domenica sera, si sarebbe ribellata a quell’abbraccio mortale. Avrebbe reagito. I carabinieri della compagnia di Grosseto, quando il tecnico quarantasettenne è andato, tre giorni dopo la morte della donna, a sporgere denuncia di scomparsa, aveva alcuni segni sul collo e sulle braccia. Su entrambe. Graffi, segni lievi. A chi gli ha chiesto conto di come se li fosse fatti ha dato due versioni differenti: stava facendo alcuni lavori in casa, ha detto in un’occasione. Stava facendo un trasloco in ufficio, in un’altra. Poi, la messinscena, smascherata dalle celle agganciate dai telefoni cellulari dei due. Sergio chiamava Irina, Irina rispondeva. Sergio sarebbe dovuto essere a Grosseto e Irina a Roma, ma entrambi i telefoni agganciavano la città di Canapone. E il viaggio, nella capitale, questa volta per disfarsi del trolley che la donna, secondo il racconto del tecnico, aveva preparato per andare a trovare la sua amica e il cellulare che alla fine del viaggio è finito nelle mani di un migrante, un clochard che bazzica la stazione di Roma Ostiense. Ai carabinieri, l’uomo ha confermato di aver trovato quella piccola valigia blu sui binari e di aver aspettato a lungo prima di prenderla, per vedere se arrivava il legittimo proprietario a reclamarla.
Ieri mattina gli investigatori sono andati nella sede della società dove il tecnico informatico lavora per ulteriori accertamenti. In quel posto, alla sua scrivania, Bertini è tornato il lunedì mattina, il giorno dopo l’omicidio, il giorno dopo aver dato il corpo di Irina in pasto ai cinghiali, sulla strada di Punta Ciana. Era più triste del solito, più giù del solito. Ma ai suoi colleghi non ha detto nulla. Irina non c’era più, nella sua casa. La donna, di origini ucraine, a Grosseto aveva cercato una vita migliore di quella che aveva vissuto nel suo paese d’origine. Nella sua vita era entrato Sergio e ora lei stava cercando di spingerlo fuori. Voleva lasciarlo, ma anche durante l’ultimo litigio, nell’appartamento al terzo piano della palazzina di via Ansedonia, non avrebbe tentato di scappare. Forse aveva deciso di affrontarlo o forse non temeva che la gelosia di Sergio, del quarantasettenne mite e taciturno, appassionato di immersioni e innamorato del mare potesse ucciderla. Lui l’ha stretta, l’ha stretta forte. Lei si è divincolata e ha cercato di liberarsi da quell’abbraccio. Poi però ha smesso di respirare. È rimasto il suo corpo, trovato dai cacciatori in un dirupo. In una zona che l’uomo conosceva: probabilmente c’era andato al mare, all’Argentario. Quando la sua vita era ancora vita vera e non si era trasformata in orrore.
@francegori
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