Il Tirreno

Grosseto

«Il comandante? Era sulla mia lancia» E la difesa esulta

di Pierluigi Sposato
«Il comandante? Era sulla mia lancia» E la difesa esulta

Abbandono nave, contraddizioni nel racconto di Ursino Ieri l’ufficiale è stato ascoltato per quasi nove ore

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GROSSETO. Morbido, Salvatore Ursino lo era stato già rispondendo alle prime domande del pm Stefano Pizza, specialmente quando aveva rettificato quanto da lui dichiarato in precedenza rispetto all'abbandono della nave da parte del comandante. Ma è stata l'avvocato Patrizia Pinna, parte civile per l'Avvocatura dello Stato, a mettere direttamente il dito nella piaga. E il presidente Giovanni Puliatti lo ha riconosciuto: «C'è una contraddizione».

La contraddizione - ovvero un punto a favore di Francesco Schettino - è relativa alle parole che l'ufficiale in affiancamento ha dato ieri sulle modalità con le quali il comandante si era allontanato dalla Concordia. Sentito il 14 gennaio 2012, il giorno dopo il naufragio, Ursino aveva detto di aver rivisto Schettino sullo scoglio; il 25 gennaio successivo aveva specificato di non sapere come il comandante avesse abbandonato la nave. Ieri ha dato una versione difforme: «Nella zona prodiera di destra ho incontrato Schettino, con Bosio e altri dell'equipaggio - ha detto rispondendo a una domanda dell'accusa - In quel momento cadeva di tutto dai ponti superiori: sdraio, tavoli, sedie, a causa dell'inclinazione, e noi cercavamo di ripararci. Siamo saliti tutti insieme sul tetto di una lancia, rischiavamo di fare la fine dei topi», schiacciati dalla Concordia che si stava piegando mentre nessuno riusciva a far sganciare la lancia. Tutti chi? Con schettino c'erano anche Iannelli, Garrone, un'infermiera straniera, due stranieri di macchina. «Bosio cercava di spingere dalla ringhiera. Schettino dava ordini al timoniere, che non si schiodava», paralizzato dalla paura al punto che (ma questo è stato aggiunto dalla difesa fuori udienza) il comandante gli avrebbe dato un cazzotto in testa per farlo muovere. Poi finalmente la lancia si era sbloccata e il timoniere si era diretto a tutta velocità verso riva: Schettino era insieme a tutti gli altri, insieme a Ursino. Ma quando dichiarò che il comandante se ne era andato cosa intendeva? ha chiesto il pm riferendosi alle intercettazioni ambientali nella caserma dei carabinieri di Orbetello: «Intendevo non fisicamente, ma di testa. L'avevo visto scosso la mattina dopo l'incidente». E quando l'avvocato Pinna ha insistito nella contestazione, Ursino ha dato una risposta che lo stesso presidente ha identificato come una «contraddizione». Un aspetto che ha lasciato soddisfatto i legali di Schettino, dal momento che a loro giudizio cadrebbe la contestazione di abbandono della nave, almeno - aggiungono - nei termini in cui è stata finora rappresentata. Perché Schettino avrebbe lasciato la nave quando l'inclinazione era tale da non consentire più di restare in piedi («si faceva prima a scivolare che a camminare», ha riassunto Ursino parlando della sua fatica di passare da un lato all'altro della Concordia), quando tutto cadeva dai piani superiori, quando la nave era inclinata «come un grattacielo che sta per crollare» al punto che la vedetta della capitaneria non si avvicinava per timore, «illuminava soltanto».

All'avvocato Donato Laino, che ha condotto per primo il controesame prima di cedere la parola all'avvocato Patrizio Lepiane (per Pepe), Ursino ha comunque precisato che Schettino era sulla stessa lancia e che se prima aveva detto differentemente era perché non era sicuro. «Lei si rende conto che ha denunciato Schettino, all'epoca?» ha chiesto il difensore tra le rimostranze dei pm.

Però quello di Ursino - a suo tempo indagato e poi scagionato dai periti dell'incidente probatorio, parte civile in questo processo, da qualche mese ancora in Costa con un contratto "a terra" nella centrale operativa che ha preso il posto dell'unico referente dell'unità di crisi (lo hanno chiesto gli avvocati di parte civile Gabrielli e Guarini) - è stato anche e soprattutto il racconto dei soccorsi da lui prestati. A destra, a sinistra, a poppa. Aveva sbloccato lance incagliate, liberato zattere bloccate, contribuito a organizzare le «catene umane» di passeggeri attraverso il teatro, regalato il maglione a chi era infreddolito sugli scogli. Dall'urto con le Scole all'uscita sull'aletta sinistra, dalla ricostruzione della rotta precedente alle manovre effettuate, dalle telefonate di Schettino ai comandi impartiti, dagli allarmi dati alla corsa verso i passeggeri in difficoltà: «La gente arrivava sempre di più, sembrava non finissero mai». E il ponte 3 praticamente allagato: «Io sono scivolato non so quante volte» ha aggiunto dicendo che con Ciro Ambrosio «scalava il pavimento». Il suo è stato un racconto lucido, dettagliato, con pochi «non ricordo», alcuni «non so». Ha sorriso spesso, Ursino, quando ascoltando le intercettazioni in caserma ha risentito la sua voce condita di espressioni dialettali colorite, mentre commentava negativamente il comportamento di Schettino parlando con altri ufficiali. Ma si è risentito, ed erano 7 ore che rispondeva (9 in tutto), quando l'avvocato Donato Laino gli ha posto alcune domande («moderi i termini» ha detto l'ufficiale). Ha preso le sue difese il presidente Puliatti, che anche nel corso dell'udienza di ieri aveva ammonito le parti civili come anche la difesa a non ripetere domande e non ha ammesso molte richieste; lo aveva fatto in precedenza anche quando l'avvocato Bulgheroni si era lamentato perché il teste «sbuffava».

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