Gioco
«Ex Cantoniera, la mia tomba politica»
L’ex sindaco Alocci: il muro era uno schiaffo alla spiaggia ma i controlli non erano stati fatti e nessuno faceva niente
MONTE ARGENTARIO. Il famigerato muro della ex Cantoniera sarà anche un reato “sepolto” dalla prescrizione dichiarata dalla Corte di appello poche settimane fa; sarà anche un ricordo, perché demolito da tempo. Ma è un nervo ancora scoperto all’Argentario. O almeno lo è ancora per Nazzareno Alocci, ex sindaco. Che in aula dice senza mezzi termini: «Fu la mia tomba politica».
Il “padre” di tutti gli abusi a Monte Argentario è stato il filo conduttore dell’udienza di ieri nel processo “Argentariopoli”, quello Donati più 41 che, rimossa all’udienza preliminare l’ipotesi di associazione per delinquere, viaggia sui binari dei singoli illeciti riscontrati nella maxi inchiesta. Quella di Alocci - sindaco tra il 2004 e il 2007, nella cui giunta c’era anche uno dei principali imputati, l’allora assessore Massimo Castriconi, con delega all’urbanistica - è stata una deposizione colorita, ai confini del comizio, tanto che il presidente Vincenzo Pedone ma anche il pm Stefano Pizza lo hanno più volte invitato a rimanere in argomento «senza divagare».
Ma è stata anche una deposizione chiara nella sua essenzialità, in cui si è parlato anche dal Polo Club («ma non mi occupai della pratica»), in cui l’ex amministratore ha rivendicato il suo ruolo di denuncia dell’abuso. «Chiamai i giornalisti sul luogo della Cantoniera per sollevare l’attenzione. E mi è stato fatto pagare caro. Seppi dopo che non erano stati fatti certi controlli. E chi mi accusava aveva interessi». Dal generale, al particolare. Sollecitato dall’accusa, che lo aveva citato, a precisare i termini e a indicare le persone, l’ex sindaco ha raccontato di quella riunione, convocata a bubbone esploso, con il progettista Collantoni, il proprietario Fedeli, il responsabile dell’ufficio tecnico Augusto Donati (imputato appunto in questo procedimento) e Casticoni: «Io chiesi di buttare comunque giù quel muro, anche se fosse stato regolare». «Collantoni cercò una soluzione intermedia», di compromesso. «Fedeli era contrariato». «Donati seguì le mie direttive». E Castriconi cosa disse? «Castriconi stette zitto - ha risposto Donati - Gli avrei tolto la delega, altrimenti». Perché Alocci aveva visto che le carte non corrispondevano allo stato dei luoghi: «Ed erano nebulose». E aveva notato di aver incontrato una strana resistenza: «Rimasi deluso perché fui imbrogliato. Mi dicevano che era tutto a posto. Era una situazione kafkiana. Ero rimasto da solo». Quel muro era «uno schiaffo in faccia a una spiaggia dell’Argentario»: ecco perché Alocci lo voleva giù subito: «Nessun ufficio l’avrebbe accettato in un progetto. Anche il soprintendente Bulian si meravigliò. Anche Donati riconosceva che c’era l’abuso. E nessuno faceva niente».
Con chi ne parlò, inoltre? «Con un architetto componentente del collegio ambientale, la Casalini (Claudia, imputata, ndr): ne convenne anche lei, quanto tirato su non corrispondeva a ciò che era stato approvato». E gli altri due componenti del collegio? «Non li chiamai: seppi che l’ingegner Benedetti (Massimo, imputato, ndr) aveva fatto i calcoli del cemento armato! E l’altro, l’ingegner Vincenzo Gabriele (idem), era socio del progettista Collantoni...». Alocci ha fatto partire l’affondo politico: «Benedetti è il marito di Sara Loffredo, consigliere tra quelli che mi aveva mandato a casa», ha detto riferendosi alla fronda che lo obbligò a lasciare l’incarico. «Con i quattro che mi pugnalarono alle spalle non ho più rapporti. Li ho perdonati, da buon cristiano, ma è come se non esistessero». E con chi altri ne parlò? «Chiesi anche un appuntamento a lei, dottor Pizza, col cuore in mano».
Quando parlava di controlli non fatti, a chi si riferiva? «Alla polizia municipale - ha risposto Alocci all’avvocato Luciano Infelisi difensore di Donati - Infatti tolsi le competenze sul demanio alla comandante dei vigili urbani», ha aggiunto riferendosi poi con precisione alla dottoressa Loredana Busonero, moglie del suo predecessore sindaco Marco Visconti. Anche se ha poi riconosciuto che il sequestro ordinato per la Cantoniera fu eseguito proprio dalla polizia municipale. «In questa vicenda si voleva ridicolizzare il sindaco».
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