Finanza
Da agente a postino «È vittima di mobbing»
Il Comune di Orbetello condannato a pagare 28mila euro di danni Era stato anche costretto a percorrere a piedi quasi 20 km sotto il sole d’estate
ORBETELLO. Il suo era stato un caso di cui avevano parlato le cronache, svariati anni fa. Perché Diego Dini, 41 anni, fino al 2006 agente della polizia municipale di Orbetello, quel trattamento non l’aveva mandato giù e l’aveva reso pubblico, sulla stampa. E strada facendo aveva promosso una causa di lavoro per demansionamento e mobbing. Una causa durata quattro anni e che adesso è arrivata a conclusione, dandogli ragione.
Il giudice del lavoro Antonella Casoli ha condannato il Comune di Orbetello a pagare all’agente 28.062 euro per i danni appunto da demansionamento e mobbing, di cui 5.850 di danno patrimoniale (cioè alla professionalità) e il resto per danno non patrimoniale (biologico, morale ed esistenziale), più gli interessi calcolati dall’epoca del fatto (2004-2005), più le spese di lite (5.000 euro).
Da agente a postino. Ha avuto piena ragione, Dini, almeno in primo grado. Assistito dagli avvocati Paola Pippi e Carlo De Martis, ha ricostruito davanti al giudice quanto gli era capitato dal 3 settembre 2004, quando da agente di polizia municipale, categoria C, di Orbetello (vi lavorava dal 2002) si era ritrovato per decreto del sindaco “messo di notificazione”; una settimana dopo gli era stato ordinato di svolgere il servizio in abiti civili e non armato, con l’obbligo di restituzione dell’arma, delle munizioni e delle manette in dotazione. Insomma, era diventato un semplice postino, chiamato a consegnare le bollette telefoniche alla farmacia comunale, a consegnare gli atti del giudice di pace nonché le ordinanze a firma del sindaco.
A piedi per 20 km. Ma quella decisa dal sindaco e dall’allora comandante del corpo, Donato Mastrodonato, non sarebbe stata la prima decisione vessatoria nei suoi confronti, ricostruisce il giudice, dal momento che nel giugno precedente Dini era stato comandato di svolgere in pieno giorno e in piena estate un servizio a piedi per quasi 20 km da coprire su strade extraurbane: ciò era avvenuto dopo che aveva fatto richiesta di svolgere di poter riposare il sabato. Il compito di postino era durato fino al settembre 2005, quando lo stesso Dini aveva reso noto il provvedimento di revoca, che aveva interessato anche altri due agenti (che non hanno fatto però causa).
Mansioni dequalificanti. Secondo il giudice, non c’è dubbio che Dini sia stato in quel periodo «illegalmente adibito a mansioni dequalificanti lesive della sua professionalità». Perché capitava - e i testimoni lo hanno confermato - che gli agenti dovessero recapitare della corrispondenza, ma «l’attività di notifica era meramente complementare alle attività istituzionali (30% del tempo complessivo) e riguardava per lo più atti comunque attinenti alla funzione istituzionale»; gli agenti la svolgevano senza rinunciare all’attività prevalente e comunque in uniforme e con la dotazione di ordinanza.
Decisione odiosa. E invece, nonostante il divieto del regolamento della polizia municipale, Dini era sostanzialmente addetto alla sola posta. «Il demansionamento operato - scrive il giudice Casoli - appare tanto più odioso alla luce della circostanza che proprio nel periodo in cui il ricorrente veniva nominato messo notificatore in sostituzione di un’impiegata amministrativa di categoria B (una fra circa 40 impiegati con la medesima qualifica), il Comune provvedeva all’assunzione di quattro nuovi agenti di polizia municipale, assolutamente illogica, ben potendo l’amministrazione provvedere all’assunzione di tre agenti e di un messo».
Guerra personale. Il giudice è del parere che «il demansionamento sia avvenuto non tanto o non solo per esigenze organizzative ma piuttosto nell’ambito di una politica vessatoria, una sorta di “guerra personale” contro il ricorrente, verosimilmente originata dalle continue e polemiche rimostranze di Dini in ordine alle condizioni di lavoro cui gli agenti erano costretti a lavorare».
Condotta vessatoria. La dottoressa Casoli concede che alcuni aspetti possano essere letti in termini di mera dimenticanza della dirigenza, come il certificato di idoneità al possesso dell’arma che Dini, che lo aveva poi richiesto, si era sentito rispondere essere stato smarrito, o di mero esercizio dei poteri datoriali (negazione ferie, divieto di portare cibo e acqua con la dotazione di ordinanza, divieto di usare il bagno del comando). Ma non transige sul servizio a piedi, effettuato in zona trafficata e con Dini sofferente di sinusoptia. Nessun altro dipendente lo aveva svolto nelle medesime modalità, come invece sostenuto dal Comune. Si tratta «di una condotta particolarmente vessatoria».
Sequenza di soprusi. Il clima creato intorno a Dini sarebbe stato anche tale da creare un’emarginazione: i colleghi hanno testimoniato di temere che «la loro vicinanza a Dini o a posizioni da lui espresse potesse determinare, per ritorsione, lo stesso trattamento riservato a lui». Pur non imputandogli minacce esplicite, il giudice rimprovera al comandante Mastrodonato (che aveva proposto il demansionamento firmato dal sindaco) l’aver riservato a Dini tale trattamento e comunque di aver omesso ogni misura a tutela dell’integrità fisiopsichica del ricorrente. «Una sequenza di soprusi».
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