Il Tirreno

Grosseto

Un negozio su sei è gestito da stranieri

di Maurizio Bernardini
Un negozio su sei è gestito da stranieri

Nella somministrazione aumento del 44% da gennaio. Cerciello: «La crisi è anche questo. Faremo controlli attenti»

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GROSSETO. Sulla scia di Prato? Forse. Ordinati, assortiti e (soprattutto) economici: i negozi con gli occhi a mandorla spopolano. Ne spunta uno dietro l’altro, come un manto di funghi dopo l’intensa pioggia. Segno dei tempi che cambiano, ma anche di una città che si è aperta verso l’esterno e è divenuta appetibile pure (o solo?) per chi viene da lontano.

I numeri sono impressionanti: su 2178 imprese in sede fissa ben 261 sono gestite da cittadini extracomunitari. Si tratta di negozi che vendono abbigliamento, giocattoli e chincaglierie. Un’incidenza tutto sommato contenuta se considerata la percentuale di attività che somministrano cibi e bevande: 1169 è la cifra complessiva, 259 sono quelle legate a imprenditori non italiani. A conti fatti, considerate solo queste categorie commerciali, su oltre 3mila 300 imprese grossetane 520 sono a carico di persone nate fuori dal BelPaese. Una su sei. Se prendiamo in esame il solo settore alimentare, l’incremento negli ultimi 10 mesi è del 44%. Eppure gli stranieri rappresentano ancora una porzione molto ristretta della popolazione grossetana.

“I vostri figli andranno a chiedere lavoro ai cinesi” ci aveva detto una commerciante del centro un anno e mezzo fa, durante un’inchiesta. Forse non aveva tutti i torti. Ma non ci sono solo gli arrembanti imprenditori con gli occhi a mandorla: turchi, rumeni, egiziani si sono ricavati uno spazio importante. Hanno colmato parte del vuoto lasciato da chi ha chiuso i battenti strozzato dalla crisi economica e hanno creato nuove prospettive di vendita. A modo loro, sono riusciti ad allargare il mercato e fidelizzare i clienti. Ma qual è il segreto? Anzitutto, ci dicono in molti, i costi: anche se non più vantaggiosi come un tempo, i punti vendita gestiti da stranieri offrono affari a buon mercato. E quando ti trovi a dover tirare la cinghia fa comodo. Eccome. Certi prodotti sono stati sdoganati anche nella testa della gente: quindici anni fa acquistare prodotti dai pochi cinesi presenti in città era considerato uno scendere di livello. Oggi non ci fa caso nessuno, anzi, esistono fior di supermercati. “Sono come il McDonald’s, quando entri li riconosci anche a occhi chiusi, dall’odore di plastica” diceva un ragazzo. “Ma loro non soffrono le tasse?” ci chiede una giovane imprenditrice. E qui rispondere non è semplice. Stiamo parlando di attività in regola che versano contributi ai dipendenti e sono (o almeno dovrebbero esserlo) monitorate dalla finanza. Dunque la pressione fiscale c'è.

«Ma la crisi economica – dice l’assessore al commercio, Emanuel Cerciello – rende appetibile l’Italia». Sì, perchè chi ha quattrini da investire (magari in contanti) se la passa di certo meglio di chi è costretto ad annaspare tra banche che negano finanziamenti o offrono mutui ai limiti dell’usura. «Poi è logico – dice ancora l’esponente della giunta – chi non è in regola e vende in modo abusivo deve essere sanzionato. Abbiamo intensificato i controlli e siamo molto attenti a far rispettare le norme. A tutti, che siano italiani o stranieri». Ma la qualità dei prodotti - direte voi - dove vogliamo metterla? Anche questa è della partita. Ovvio, magari le differenze tra un articolo commerciale e un altro ci sono, ma stabilire se il rapporto con il prezzo sia o meno vantaggioso spetta solo al mercato, al cliente. La certezza? Mentre i negozi nostrani continuano a chiudere (seppure in città vi sia una leggerissima ripresa) quelli gestiti da stranieri fioccano. “I vostri figli andranno a chiedere lavoro ai cinesi” diceva quella signora. Speriamo vengano assunti.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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