Il Tirreno

Grosseto

Lotta alla violenza, Grosseto fa scuola

di Francesca Ferri
Lotta alla violenza, Grosseto fa scuola

Il Codice rosa, ideato da Asl 9 e procura nel 2010, sarà presto operativo in tutti i pronto soccorso d’Italia

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GROSSETO. «Non su tutte le ferite si può mettere un cerotto. C’è un dolore psicologico più profondo, difficile da sradicare. Adesso però nessuno potrà più sentirsi rispondere: “Non è di mia competenza”». Non succede in provincia di Grosseto da tre anni, non succede in Toscana e non succederà più in nessuna parte d’Italia.

Perché il Codice rosa, la task force formata da personale dell’Asl e della Procura, dalle forze dell’ordine, le associazioni, le farmacie, i centri antiviolenza, i volontari, e nata a Grosseto nel 2010, sarà esteso come protocollo di intervento contro la violenza di genere a tutti i pronto soccorso d’Italia. Lo ha annunciato lunedì scorso il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, al convegno Great Network alla Scuole superiore di polizia.

In sala c’era anche Vittoria Doretti, classe 1960, medico cardiologo e anestesista rianimatore, dipendente dell’Asl 9 di Grosseto, la “mamma” del Codice rosa. Che, alle parole del ministro, ha avuto un sussulto. Gli occhi sono diventati rossi e un moto di soddisfazione ha scosso via per un attimo la tensione accumulata in questi anni di lavoro faccia a faccia con la violenza contro donne, anziani, bambini, adolescenti omosessuali. Per salvarli, Donzetti ha creato un metodo che funziona, il Codice rosa, appunto, che dopo essere stato “depredato” (in senso buono) da Asl e procure d’ogni dove, ora sarà operativo in tutt’Italia su ordine del ministero.

Dottoressa Doretti, che effetto le ha fatto sentire quell’annuncio?

«L’effetto? Non gioia, perché questo è un lavoro che non ti può dare vera gioia. Ma tanta soddisfazione sì, nel vedere che in tutti i pronto soccorso si ricrea questa filosofia di lavoro di squadra, di marciare tutti nella stessa direzione; un modo bello di operare».

Se lo aspettava?

«Be’, un po’ sì. Da tempo collaboriamo con Asl, procure, associazioni e università in tutta Italia. Di recente il Codice rosa è stato esteso a tutta la Toscana. L’interesse del ministero è far muovere in modo uniforme le varie Asl. Ma, certo, l’annuncio in quel modo è stato, per così dire, d’impatto».

Che cos’è e come è nato il Codice rosa?

«Prima di tutto, un chiarimento: “rosa” va inteso non come il colore, ma come il fiore, la rosa, in particolare la rosa bianca, perché la nostra azione è rivolta a tutte le vittime di violenza domestica: non solo alle donne ma anche agli ultra 65enni che vengono picchiati da mogli, figli e bandanti, ai bambini, agli adolescenti omosessuali vittime di un bullismo dietro il quale si nasconde discriminazione».

Quando è nato?

«Il protocollo tra Asl e procura di Grosseto è stato firmato nell’aprile 2010 ma tutto è iniziato l’anno prima. Questa è un po’ la nostra caratteristica: lavorare in modo sobrio, silenzioso, a piccoli passi».

C’è stato un caso in particolare che ha dato il via?

«Più che un caso specifico, è stata la lettura dei dati sulla violenza domestica. La procura aveva una casisitica, l’Asl un’altra e il centro antiviolenza un’altra ancora. Ciò che vedeva l’uno, non vedeva l’altro. Abbiamo pensato che una vittima di violenza, prima o poi, passa dal pronto soccorso anche solo dicendo: “Sono caduta dalle scale”. E che forse proprio al pronto soccorso eravamo “meno preparati”».

Come vi siete mossi?

«Il nostro obiettivo non è far fare la denuncia alla vittima di violenza ma darle sostegno. Dunque è importante che ogni operatore con cui la vittima viene in contatto una volta al pronto soccorso, dall’amministrativo del Cup all’infermiera del triage, abbia le antenne alzate. Proprio gli infermieri sono per così dire la “benzina” della task force, perché sono i primi a intuire in una persona che qualcosa non va. Abbiamo poi creato un luogo più appartato al pronto soccorso dove la vittima di violenza può sentirsi protetta, dove può parlare col personale sanitario. E parlando può aprirsi, trovare la forza di raccontare quel che è davvero successo».

Poi cosa succede?

«Noi come Asl diamo consulenza e facciamo un attento referto. Il contatto successivo lo sceglie la persona. Se c’è un rischio di vita, la persona passa a un centro antiviolenza. Altrimenti entrano in campo gli assistenti. Contemporaneamente le forze dell’ordine sono informate e pronte a ricevere la denuncia in ogni momento; decide la persona».

Che risultati avete ottenuto in questi anni?

«Nel 2010, quando abbiamo iniziato, siamo passati da zero a 309 casi di violenza domestica in provincia di Grosseto, il 95 per cento dei quali non aveva chiesto aiuto a un centro antiviolenza. Nel 2011 c’è stato un incremento del 63 per cento con oltre 500 casi. Nel 2012 i numeri si sono stabilizzati, forse lievemente calati, ma allo stesso tempo sono sestuplicate le consulenze telefoniche che forniamo a colleghi medici di famiglia sul territorio, che ci chiamano quando hanno dei casi. Arrivano anche oltre 40 telefonate in una mattinata. Ed è quello che volevamo. Il nucleo operativo è composto da 20 persone ma in generale posso dire che nel Grossetano siamo 200mila (il totale degli abitanti, ndr), perché ognuno può esser potenzialmente una sentinella di un caso di violenza domestica».

Cosa significa lavorare nella task force del Codice rosa?

«Be’, la solitudine dell’operatore è forte, perché quello che vediamo quotidianamente non son cose che si possono portare a casa per parlarne in famiglia e sfogarsi. Ci teniamo tutto dentro, ne parliamo solo tra di noi, nel gruppo. Che è un po’ la nostra famiglia, qualcosa di più di semplice collaborazione».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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