Toscana
Greggi, strage infinita: sgozzati altri 27 capi
Colpito un allevamento a Vallerona. In 6 anni a Roccalbegna le pecore sono passate da 12.600 a 2.700
ROCCALBEGNA. Altre sedici pecore sgozzate e undici ferite a morte, nell’azienda di Giacoma Olivelli di Vallerona, nel comune di Roccalbegna.
L’ennesima carneficina è accaduta la notte fra domenica e lunedì e solo la mattina la titolare e il marito Angelo Marzocchi, si sono accorti della strage. Delle centocinquanta pecore, protette da una recinzione a maglia larga alta circa due metri con filo spinato sopra, all’incirca una trentina mancavano all’appello.
Il predatore (forse due, come suppone Marzocchi) si era insinuato fra la rete e il filo spinato, lasciando anche ciuffi di pelo nella rete. «Una volta dentro – spiega Marzocchi – aveva ucciso quindici pecore e lasciate dodici gravemente ferite, di cui una è morta il giorno dopo. Si sono mangiati anche qualche agnellino ancora nel ventre materno e hanno terrorizzato le altre, che sicuramente abortiranno».
Marzocchi è uno degli allevatori più volte danneggiato dai predatori e non ha speranza che la questione venga risolta. «Non si può sentire che la colpa è degli allevatori come dice il presidente della Lav, che non sa nemmeno di che parla», commenta Marzocchi. «Non si può sopportare che dal 1999, anno in cui sono aumentate a dismisura le predazioni, nulla sia cambiato in meglio. Noi siamo abbandonati e non possiamo aspettare le burocrazie italiane e europee. Occorrono risposte immediate. Invece non c’è un minimo di iniziativa, né a livello locale né nazionale. Noi non cerchiamo lavoro. Il lavoro ce lo abbiamo. Ce lo vorremmo mantenere. C’è chi scende in piazza se si perdono posti di lavoro. Per noi chi lo fa? Nessuno. Abbandono delle istituzioni, indifferenza, mancanza totale di tutela».
I capi ovini, nel comune di Roccalbegna, erano 12.600 sei anni fa. In sei anni sono precipitati a 2.700. Numeri da brivido. «Ma tutto tace», spiega Marzocchi.
Insomma si vorrebbero interventi salvavita. Alcuni, percorribili, li indica un altro allevatore, Emilio Del Casale, con azienda a Stribugliano.
«Denunce di tutti i danni senza sommerso, per fare bene i conti – spiega Del Casale – identificazione del predatore attraverso l’analisi del morso e del pelo; intensificazione della cattura con gabbie e lacci e con personale formato; congelazione dei debiti delle aziende colpite; rinnovo delle cambiali agrarie ampliandole per garantire qualche liquidità; utilizzo di una macchina ad hoc per il prelievo delle carcasse e cassonetti adeguati per conferirvi i resti delle pecore. Questo tanto per cominciare. Le aziende devono ripartire subito. Se chiudono, nessuno più le riaprirà». (f.b.)
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
