Il Tirreno

Grosseto

l’opinione di un cacciatore

«Chi non conosce la vita dei segugi taccia»

GROSSETO. Oltre agli allevatori, nemmeno i cacciatori ci stanno a quel che dice Giacomo Bottinelli, presidente della Lav. «Possibile che il problema degli attacchi alle greggi da parte dei lupi si...

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GROSSETO. Oltre agli allevatori, nemmeno i cacciatori ci stanno a quel che dice Giacomo Bottinelli, presidente della Lav. «Possibile che il problema degli attacchi alle greggi da parte dei lupi si possa risolvere semplicemente togliendo i cani ai pastori e che il problema del randagismo sia risolvibile semplicemente togliendo i cani ai loro conduttori nella caccia alla bracca per il cinghiale?», si chiede Andrea Terrosi, che di caccia se ne intende, anche se pure specifica di non essere un “canaio”.

Terrosi di quei cani e del loro comportamento è bene informato, tanto da dimostrare che quanto sostenuto da Bottinelli (e cioè che molte responsabilità delle predazioni delle greggi sono proprio dei cani dei cacciatori e dei pastori), non sta né in cielo né in terra.

«Il cane da pastore maremmano – scrive Terrosi in una lunga lettera al Tirreno – nasce ben prima della Lav o di qualunque altra sigla animalista ed è un cane specificatamente selezionato per la conduzione e la difesa delle greggi. Secondo gli amici animalisti, invece, il problema sono proprio quei cani che, male (o bene?), istruiti dai pastori moderni, cercano di aiutare il proprio padrone facendo razzia nei greggi della concorrenza. Fantasiosa ricostruzione direi, quantomeno ricca di humor».

Per quanto riguarda il randagismo, prosegue Terrosi sempre sul sottile filo dell’ironia, «il problema – dice – sono i cani da cinghiale che, sciolti talvolta in gran numero, si dimenticano di tornare dal loro conduttore preferendo la libertà offerta dai nostri boschi. Capisco che chi non ha mai visto come si svolge una cacciata al cinghiale possa sostituire con la propria fantasia quelle parti di una storia che non conosce: un cane da cinghiale torna sempre dal padrone: se non lo fa, è perché resta ferito o ucciso nell’epico scontro con l’irsuto avversario. Il conduttore a quel punto, rimane sul luogo di caccia, in attesa del rientro del proprio cane anche fino a notte fonda. Se si allontana, lascia un proprio indumento nel punto di sciolta e se il cane torna, verrà ritrovato accanto o sopra quell’indumento».

Le ricerche del cane possono andare avanti per giorni e in questo aiuta il numero di cellulare del proprietario che viene scritto sui collari dei segugi. «Un cane da cinghiale è un valore, oltre che un compagno di avventure, perché sono stati spesi soldi e tempo per il suo addestramento e mantenimento, ma forse i nostri amici animalisti pensano che tutto ciò sia facile e comodo, come rinchiudere un alano in un appartamento di 30 metri quadri». (f.b.)

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