Il Tirreno

Grosseto

«Apriamo una stagione nuova per il Pd»

di Fiora Bonelli

In vista del congresso, Pier Luigi Marini lancia il primo sasso nello stagno del dibattito politico del centrosinistra in Amiata

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ARCIDOSSO. Odore di congresso Pd e tutto tace. Il dibattito è assente. Anche a livello locale tutti muti. Ad Arcidosso addirittura sono due anni che non si fa il tesseramento. Pier Luigi Marini, esponente di rilievo dell’intellighentia arcidossina di sinistra, per decenni militante nel Pci e in passato amministratore con cariche di prestigio, lancia una provocazione: «Il congresso deve rappresentare un momento di discussione, ma non mi pare che ci siamo. Tutto è stagnante».

Marini fissa l’obiettivo su pochi punti cardine: ricostruzione di valori identificativi del Pd, scelta delle classi dirigenti e logica dei gruppi dirigenti attuali nell’affrontare questo passaggio. Politica come passione e non come professione. La sua è un’analisi lucida e spietata.

«Si ha l’impressione – spiega Marini – che tutto l’interesse si focalizzi intorno al nome dei candidati alla segretaria, alle regole e alla data più conveniente. Stucchevole schermaglia, specchio di un partito debole e disorientato».

Marini, a fronte dello «sfascio morale, politico e culturale di un’epoca dominata dal neoconservatorismo della destra», invoca invece il ritorno a valori come «legalità, moralità, relazioni umane» e parla di una classe dirigente che non ha saputo badare all’interesse generale per paura di perdere i suoi privilegi.

«Temi, questi – dice Marini – che devono essere centrali nella discussione precongressuale, per motivare alla partecipazione e perché il congresso non sia uno stanco rituale».

Secondo Marini, il progetto del Pd deve essere condivisibile da larghi strati della società in cui le parole d’ordine siano la pace, il disarmo, solidali relazioni umane in una società atomizzata, che rende più insicuro e più impaurito l’individuo. E poi, centrale, il problema di come riaffermare i principi fondanti di un patto sociale, senza sopprimere la dimensione dell’individuo.

Marini incalza, dicendo che le risposte devono essere credibili e diventare una piattaforma programmatica, con un pensiero forte, con proposte concrete. «Bisogna aprire una stagione nuova, in cui si dia ai cittadini la possibilità di contare, di decidere, di organizzarsi. Attrarre i giovani che, invece, hanno percepito il partito come parte di un sistema malato, autoreferenziale e improduttivo. Il congresso dovrà individuare gruppi dirigenti non chiusi in logiche di potere, lontani dai problemi reali».

Occorre, insomma, per il Pd, un «nuovo modo di essere partito». Né potere personale, né leaderismo carismatico, ma un gruppo dirigente autorevole a cui uomini e donne possano riferirsi. La nuova classe dirigente non dovrà essere nominata dal segretario del partito o dai potenti locali, ma scelta dai militanti. A questo gruppo occorrerà spirito di servizio, per essere anche il garante del rapporto centro-periferia.

«Nelle realtà locali, ci dovrà essere un’ampia partecipazione – sottolinea Marini – con un confronto di merito su distinte mozioni».

Marini, nonostante l’analisi cruda della situazione, crede ad un’ultima possibilità di rinascita che passi attraverso una dialettica vera, anche aspra e l’individuazione di obiettivi comuni su cui mobilitarsi. Solo così sarà possibile vincere il forte astensionismo nelle elezioni e la disaffezione verso il partito.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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