Lutto
Ma i pastori sono scettici: «Inutile»
Gli operatori chiedono risarcimenti e di poter abbattere i predatori
Impossibile la coesistenza fra lupo e attività zootecnica. E oltre tutto, accanto ai danni materiali delle predazioni bisogna aggiungere pure il danno morale che subisce l’allevatore. Concetti chiari e semplici, dichiarati dai pastori alla serata d’ascolto del progetto Medwolf, organizzato da vari attori, compresa la provincia di Grosseto, giovedì sera ad Arcidosso.
Si interrogano, insomma, gli allevatori, con serate di ascolto e dibattito, da cui emergono sempre più le emergenze e le difficoltà in cui si dibattono le aziende della provincia, messe a dura prova dalle continue aggressioni di predatori.
Giovedì sera è stata la volta di una quindicina di imprenditori zootecnici di Arcidosso e Castel del Piano che hanno preso la parola, guidati da Davide Tavagnini, facilitatore dell’incontro. Dall’informativa della serata, alcuni dati balzano agli occhi: solo il 4 per cento sono le denunce dei danni legati agli attacchi dei predatori: troppa burocrazia, perdita di tempo, spese eccessive, niente indennizzi. Per cui il pastore, alla fine, preferisce il fai da te.
Intanto, però, le greggi soffrono per i continui attacchi, le aziende chiudono, il territorio viene abbandonato a se stesso e alla conta dei capi, in brevissimo tempo, mancano all’appello 5-6mila capi. Di fronte a tutto questo, le posizioni dei pastori hanno punti in comune anche se toccano tasti diversi.
Nello Nanni, che a Monte Labro aveva un gregge di 150 pecore, oggi decimato a 75 capi, è perentorio: «Non voglio assicurazioni e risarcimenti – spiega – nemmeno recinzioni o cani. La convivenza col lupo è impossibile. Fin dagli Statuti quattrocenteschi, ha affermato, si dava un premio a chi abbatteva un lupo. Oggi non si vogliono abbattere. Voi state sbagliando tutto. Questa condizione dei pastori è un’ingiustizia troppo grossa».
Anche Dante Ricciardi ha cavalcato lo stesso argomento: «La nostra cultura si basa sul rifiuto del lupo. Questo animale ci impedisce la libertà di impresa. Non lo vogliamo». Gabriele Garosi, con altro taglio, ha dipinto un quadro forte della situazione: «Il danno vero che subisce l’azienda – ha detto – è incalcolabile e al danno materiale e alle spese per difenderci dobbiamo aggiungere pure il danno morale. Per noi sostenere la vista delle pecore sgozzate e delle aziende sofferenti è un carico psicologico di grande rilievo e da calcolare».
Il dato più drammatico è la moltiplicazione degli ibridi che adesso sono diventati dei branchi e sono pericolosissimi, come ha sottolineato Giacomo Franceschelli e che andrebbero eliminati dalla circolazione.
Ma alla fine, quali le proposte venute dalla platea? Intanto portare il lupo puro altrove e chiudere lui in un recinto. E in attesa che gli ibridi vengano eliminati, risarcire i danni anche quelli indotti, risarcire pure il tempo perso dal pastore per le pratiche successive all’aggressione, organizzare un unico centro raccolta delle carcasse con cassonetti frigo e automezzi per il trasporto, sterilizzare i cani. Per andare alla pari o perderci poco, ha detto l’allevatore Biagioli, la Regione dovrebbe risarcire con 250 euro un capo giovane e con 125 euro un capo vecchio.
Comunque la maggior parte concorda sul fatto che la difesa che il pastore deve organizzare nei confronti del lupo non deve essere a carico dell’allevatore, ma dell’ente o dell’istituzione che permette e vuole che il lupo sia in quel luogo: «Vogliono che il lupo stia qui e che circolino anche gli ibridi? Bene, ma allora la difesa e le conseguenze dei danni non devono essere a nostro carico. Questo deve essere chiaro. Tutta la prevenzione, reti, cani e quant’altro, che sia a carico delle istituzioni che si devono sobbarcare pure il risarcimento danni. Non vediamo perché dobbiamo pagare i danni provocati da altri. Altrimenti si chiude bottega».
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