Sicurezza
Nuovo attacco dei lupi alle pecore
La rabbia dell’allevatore: «Se ce ne andiamo, l’Amiata muore»
AMIATA. Negli allevamenti ovini dall’Amiata alla Maremma, le pecore continuano ad essere sgozzate dai lupi o dai predatori in genere. Così, dopo il grido di dolore di Fernando Tizzi di Pian d’Alma a Saturnia che per ultimo, ha avuto un feroce attacco durante la notte di un paio di giorni fa («C’è un lupo grande che gira quaggiù, con un lupicino al seguito», spiegava Tizzi), la mattina di martedì è stata durissima per Giacomo Franceschelli, che abita al podere Le Vene di Monte Labro e che ha trovato, dentro il recinto in cui le rimette la notte, cinque pecore sbranate e altre sei “sciupate”, che non si sa ancora se ce la faranno a sopravvivere.
Il lupo (Franceschelli è convinto che l’aggressore sia proprio un branco di lupi) ha attaccato e ferito anche uno dei sette cani pastori maremmani che sorvegliano le pecore. Cani da guardiania addestrati e bravissimi col gregge. Ma nemmeno loro hanno potuto evitare l’attacco.
Franceschelli, la mattina, quando ha visto nel recinto una vera e propria strage, non voleva credere ai suoi occhi: «La notte chiudo sempre il gregge di circa centottanta pecore, dentro il recinto e i cani dormono con le pecore. L’assalto deve essere successo intorno alle 4 di mattina, perché fino a quell’ora sono sicuro di non aver sentito nulla. Poi mi sono addormentato e deve essere stato allora che il branco è entrato dentro».
Franceschelli è convinto che sia un branco, perché sono ben quattro le pecore completamente mangiate fino all’osso: «Se fosse un solo predatore, spiega, si sarebbe contentato di mangiarne una, e invece qui sono ben quattro quelle completamente spolpate. Poi un’altra mangiucchiata è morta accanto alle altre e il mio cane pastore sta sanguinando e non si fa avvicinare. Altri due cani sono spariti e spero davvero che una volta abbassato il livello di paura tornino a casa. Sono bestie assai aggressive questi predatori – afferma Franceschelli – ed è la prima volta che entrano nel recinto coi cani a guardia delle pecore. Molte altre pecore mi sono sparite nel corso degli anni, ma quando di giorno erano al pascolo. Ora anche quelle che erano pronte per la monta non sono più utilizzabili. Quelle incinte abortiranno».
Alla rabbia si aggiunge lo sgomento. «Io – dice Franceschelli – sto meditando seriamente di lasciare questa attività. Sono aumentate tantissimo le tasse per le aziende agricole e noi siamo in perdita secca».
Ma l’allevatore di Monte Labro ci tiene che venga precisato un concetto, ribadito, due giorni prima, anche dallo stesso Fernando Tizzi e da tanti pastori che subiscono attacchi.
«I nostri politici non si rendono conto di cosa stanno mandando in rovina. Non solo aziende un tempo fiorenti, ma anche un patrimonio ambientale costruito dall’uomo in secoli di lavoro. Prati come giardini, fossi puliti, strade percorribili».
Una posizione condivisa da tutti i suoi colleghi, dalla montagna alle colline, custodi di un territorio che non trova eguali in Italia e che, tuttavia, le istituzioni, nonostante gli sforzi, non riescono a salvare da questi continui attacchi.
«Se noi abbandoneremo questa terra – conclude Franceschelli – non ci sarà più niente di tutto questo, ma soprattutto qui, a Monte Labro, il terreno si riempirà di pruni, di erbaccia, nessuno più modellerà un territorio che fino adesso è stato il vanto dell’Amiata. La situazione sta davvero degenerando e nessuno pare che abbia intenzione di metterci le mani. Siamo riusciti a perdere cinquecento anni di attività e di passione in un batter d’occhio. Sebbene a malincuore, siamo tentati di abbandonare tutto quanto».
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