Il Tirreno

Grosseto

Dopo lo sfratto gettano via le sue cose

La Ronda della carità denuncia il caso della “homeless” che aveva occupato una cabina dell’Enel

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GROSSETO. Le bici abbandonate su strade e marciapiedi non si possono toccare, restano lì per mesi fino a che il sindaco, pressato, non emana un'ordinanza ad hoc, ma le regole sembrano essere diverse per le povere cose, per nulla abbandonate, di un barbone, che ha l'unica colpa di non avere un tetto sulla testa. Il 20 febbraio scorso la Ronda della carità aveva segnalato il problema con una lettera al questore di Grosseto, in seguito ad uno sgombero che aveva riguardato due senza fissa dimora che avevano trovato riparo per l'inverno sotto i portici sul lato sinistro della sede centrale delle Poste, in piazza Rosselli. Ed è ciò che torna a denunciare Paola, una volontaria della Ronda, che giovedì scorso ha incontrato Monica, una homeless che vive da tempo vicino al Sacro Cuore e che è stata sfrattata, qualche settimana fa, da un locale, una ex cabina elettrica che aveva occupato abusivamente. Nello sfratto, eseguito – ha raccontato – dalla polizia municipale, Monica ha perso tutto quello che aveva, poche povere cose, come dei libri di matematica, degli aghi e dei fili per cucire, dei pennelli e dei libri di disegno, e qualche coperta per ripararsi. «Come Ronda – spiega la volontaria – avevamo già segnalato il problema al questore. Ogni volta dobbiamo riportare ai nostri amici di strada le coperte, che rappresentano un tesoro, o un cambio di scarpe, spesso introvabili, rifare il loro minimo corredino di sopravvivenza. Se debbono essere sgomberati, lo si faccia pure – dice – ma almeno si consenta loro di recuperare i loro oggetti: a me non farebbe piacere che mi buttassero tutto dalla finestra e mi lasciassero con i soli panni che ho indosso». Questo, però, pare essere ciò che è successo a Monica che ha raccontato alla volontaria che qualche settimana prima le era stato portato via tutto dai tutori dell'ordine ai quali era stato ordinato di sgomberarla dal suo rifugio. «A Monica – dice Paola – non è stata data la possibilità di prendersi neppure un cambio: tutti i suoi tesori, le poche cose alle quali teneva, sono state portate via, non sa dove né se potrà recuperarle. Avrebbero potuto darle del tempo, poco, per consentirle di salvare quello che aveva di caro. La povertà estrema non andrebbe gestita come problema di ordine pubblico, ma rispettata umanamente. Assicurare un trattamento umano è doveroso, non farebbe male a nessuno, non toglierebbe niente ad alcuno, e riconoscerebbe come persone e non come parassiti chi si è ritrovato a dormire esposto alla pubblica fede».

Enrico Pizzi

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