Il Tirreno

Grosseto

«C’è lavoro, mancano lavoratori» Mabro: l’appello di Santoro

di Francesca Gori
«C’è lavoro, mancano lavoratori» Mabro: l’appello di Santoro

Le maestranze in sciopero non rientrano e chi è in fabbrica fa fatica ad evadere gli ordini Corsa contro il tempo per salvare la società: la prossima settimana è in programma un viaggio in Cina

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GROSSETO. È una corsa contro il tempo quella intrapresa da Maurizio Santoro, l’amministratore unico di Abbigliamento Grosseto. Il traguardo che dovrà tagliare è lì, a soli 28 giorni di distanza, quando il tribunale dovrà decidere sull’ammissione dell’azienda al concordato. «Siamo riusciti a rimettere in piedi la produzione soltanto recuperando i crediti e prendendo i soldi da sotto terra - dice - ma ora abbiamo bisogno di liquidità e soprattutto che i dipendenti che sono fuori tornino al lavoro. Non è possibile che ci siano dei dipendenti che aspettano che fallisca la loro azienda. Non è accettabile». L’amministratore unico della Mabro è un fiume in piena: nel grande magazzino di via Senese, un’ottantina di dipendenti ieri mattina erano al lavoro e la produzione della linea 81, quella invernale, avrebbe già portato nelle casse dell’azienda 800mila euro. Altrettanta sarebbe la cifra del venduto della linea 82, quella per la prossima primavera-estate. «Ma per portare avanti la produzione e soprattutto per andare avanti con questo progetto di risanamento - aggiunge - serve che i toni si abbassino e che i lavoratori, quando vengono chiamati, rientrino. Nelle ultime settimane abbiamo inviato otto telegrammi al giorno. Nessuno ci ha risposto». È un appello alle maestranze che sono in cassa integrazione e che, quando ricevono il telegramma per rientrare al lavoro, dichiarano lo sciopero. Le stesse che stanno aspettando, fuori dalla fabbrica, la decisione del giudice sull’amministrazione straordinaria dell’azienda, la Prodi bis e il pagamento degli stipendi arretrati. «Siamo stati costretti a chiedere alle donne che sono dentro di lavorare 8 ore al giorno anziché sei - dice - e ora abbiamo davanti un appuntamento importante». Un viaggio a Shangai, la prossima settimana, per cercare di portare a casa la commessa di quaranta/sessantamila capi da realizzare per il gruppo Pasteur. «Ovviamente, se questa operazione va in porto - dice Santoro - la società sarà ancora più appetibile sul mercato e potrebbero affacciarsi altri investitori». Necessari, visto che manca la liquidità. «Qui per fare le cose per bene - aggiunge - servirebbero tre milioni di euro da investire innanzitutto nel rebranding della Mabro. Ma per fare questo, ad oggi, ci servirebbero venti persone in più in fabbrica. Purtroppo non siamo riusciti a trovarli». Maurizio Santoro a Grosseto c’è arrivato con un obiettivo preciso: quello di portare la società fuori dal guado. E ora, con Andrea Barontini che da tempo ha rassegnato le dimissioni ma ha continuato a occuparsi di mercato estero e con Anton Giulio Pacenti diffidato la scorsa settimana da Santoro, le quote di Abbigliamento Grosseto sono a disposizione di eventuali investitori. «Che non sono certo soltanto il gruppo thailandese che si è fatto avanti qualche settimana fa - dice - ma per vendere un’azienda e per avere credibilità sul mercato è necessario che ognuno faccia la propria parte. Tutto questo veleno nei confronti dell’azienda ha soltanto fatto male alla società e ha fatto perdere credibilità sui mercati».

Santoro, da quando è arrivato, si è visto chiudere parecchie porte in faccia. «Ma piano piano abbiamo riconquistato al fiducia dei clienti - spiega - e ora che potremmo davvero lavorare per portare avanti questo progetto, ci mancano i dipendenti che sono la vera ricchezza della Mabro». Una ricchezza che non può essere diminuita. «Non ho mai parlato di esuberi perché non ha senso farlo - dice - anzi. La Pasteur, se dovesse andare in porto l’affare, chiederà a tutti i dipendenti di firmare una clausola che impedisca loro di licenziarsi per almeno cinque anni». Quello che all’estero solletica il palato è la qualità del prodotto, garantito dal lavoro delle maestranze. «Senza che intorno a un’azienda - dice - ci sia un governo parallelo che fa di tutto per mandare la società a gambe all’aria».

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