Sicurezza
Parenti serpenti e bilanci non veri Parla Aldo Invitti
Il via alle indagini arriva dall’esposto dell’ex ad della Mabro «Mi fidavo di mio cugino, è questo il rammarico maggiore»
GROSSETO. L’arrivederci di Aldo Invitti alla Maremma non è stato dei più sereni. La sua avventura come manager della Mabro, dove prese il posto del cugino Filippo sulla poltrona di amministratore delegato di Royal tuscany Fashion Group, si chiuse due anni e mezzo fa con un esposto presentato alla procura. Lo stesso che ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati otto persone, tra l’ex ad, il presidente della società, alcuni consiglieri (tra i quali Graziano Ufrasi, nominato in quota Fidi toscana) e alcuni rappresentanti del collegio sindacale.
Ora Aldo Invitti guida la società Prata & Mastrale. Il suo lavoro insomma non è cambiato troppo negli anni: l’azienda milanese, infatti, si occupa di alta sartoria da uomo. Il core business, insomma, è rimasto lo stesso. Diverse sono invece le condizioni: da un’impresa che stava affondando a una che viaggia a gonfie vele. Della faccenda Mabro, Aldo Invitti parla quasi con malinconia, nonostante che nell’operazione ci abbia rimosso una cifra a sei zero. «Mi avevano chiamato per tentare di risanare la società - dice oggi - ma non mi avevano detto che la situazione era quella che poi ho trovato. Ho investito tanti soldi in quell’azienda, ma nonostante il mio impegno, le cose sono andate in un altro modo. E questo solo perché non mi avevano detto la verità». La verità che Invitti avrebbe voluto e dovuto sapere riguardava la stima esatta dei debiti. «Sono arrivato a Grosseto a fine giugno - dice - e a ottobre siamo stati costretti a portare i libri in tribunale, nonostante la cifra che avevo investito». Non si parla di spiccioli, ma di milioni di euro. Soldi che però non sono riusciti a salvare una situazione che giorno dopo giorno diventava sempre più ingarbugliata. «La società aveva problemi seri - spiega - ma il fatto che a tirarmi dentro a questa faccenda fosse stato mio cugino Filippo e che comunque ci fosse un bilancio a comprovare quello che mi diceva, non poteva far sorgere in me alcun dubbio. Io mi sono fidato. E l’amarezza più grande, dopo aver scoperto che le cose non erano come mi avevano prospettato, è stato proprio dover fare i conti con il fatto che Filippo era comunque mio cugino». Aldo e Filippo portano lo stesso cognome. Il primo è un manager milanese, il secondo un commercialista romano. Non si sono più sentiti, da allora. «Avevo piena fiducia nei miei soci - aggiunge - e proprio per questo che la delusione, sia dal punto di vista professionale che da quello umano, è stata così forte».
Invitti ha cominciato la sua avventura alla Mabro a giugno. «A ottobre siamo stati costretti a portare i libri in tribunale - dice - e quando è spuntata l’ipotesi della cessione a Barontini, speravo che tutto andasse per il meglio». Il manager milanese, prima di lasciare la Maremma, si rivolse alla Procura. «Quell’esposto non è stato fatto per sentimento di rivalsa - dice - ma solo per fare chiarezza su alcuni aspetti. Di questa vicenda, però, dal punto di vista legale si occupano i miei avvocati. Io sono solo dispiaciuto per aver perso il capitale che avevo investito ma soprattutto perché quell’operazione mi era stata proposta da mio cugino». Filippo Invitti, insieme al presidente di Royal Tuscany Antonio Di Pietrantonio, sono indagati. «Quell’azienda meritava tanto - aggiunge Invitti - Con i lavoratori ci sono stati scontri feroci, non avevano digerito il piano di ristrutturazione che avevo presentato. Ma la Mabro aveva e ha ancora potenzialità enormi». Invitti, in Maremma, non c’è tornato. «Amo questa terra - dice - tanto da pretendere che nel marchio della società, venisse utilizzato lo stesso blu del colore del mare. Il mio non è stato comunque un addio. Semmai un arrivederci».
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